Archivi categoria: Numeri in cucina

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20 sfondo biancoSono le varietà di cicerchie coltivate nel mondo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dal gusto simile a quello dei ceci, ma più delicato, in Italia la cicerchia è protagonista di antiche zuppe regionali, che in passato i contadini mangiavano nei mesi invernali con la pasta o con il pane raffermo, per scaldarsi con un piatto corroborante e poco costoso. La ricetta di base si prepara facendo soffriggere sedano, carota, cipolla con olio d’oliva, aggiungendo le cicerchie, ricoprendole con acqua e lasciando cuocere la zuppa per almeno un paio d’ore, finché i legumi saranno diventati teneri. Continua a leggere

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8 sfondo biancoSono le specialità italiane che nel 2015 hanno ricevuto il marchio DOP o IGP

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Finocchiona Toscana, la Focaccia di Recco col formaggio, la Cipolla Bianca di Margherita di Savoia, la Patata Rossa di Colfiorito e quella Novella di Galatina. E ancora, il Pecorino delle Balze Volterrane, il Salame Piemonte e il Silter bresciano. Cresce la famiglia delle eccellenze italiane tutelate dall’Unione Europea: nel 2015 otto specialità della nostra Penisola hanno ricevuto il marchio IGP (Indicazione Geografica Protetta) o DOP (Denominazione di Origine Protetta), che riconosce il profondo legame che le unisce al territorio di provenienza e al tempo stesso le protegge dai numerosi tentativi di contraffazione. Continua a leggere

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6,6 su sfondo biancoSono i milioni di kg di carciofini sott’olio consumati dagli italiani

 

 

 

 

 

 

 

 

Cuore di carciofiCarciofini e funghi sott’olio non mancano mai nella dispensa degli italiani. Come in quella di ristoranti, pizzerie e gastronomie. Tanto che se ne consumano rispettivamente 6,6 e 5 milioni di kg! (fonte IRI febbraio 2015). Se si sommano però le diverse varietà di funghi (champignon + porcini + chiodini + altre varietà) i consumi si equivalgono. La “fortuna” dei sott’olio è che rappresentano la soluzione più rapida (ma spesso anche gustosa) per un contorno genuino e, usati come condimento o ingrediente di paste insalate, risolvono il problema del pranzo o della cena. Assieme a melanzane, cipolline, peperoni, cetriolini o pomodori, verdure e ortaggi sott’olio, infatti, sono protagonisti di antipasti e contorni, primi piatti, anche freddi, come le deliziose insalate di riso e di pasta, pizze e panini così come dei tramezzini, lo spuntino più diffuso nel Paese. Basti pensare che proprio carciofini e funghi sono Considerati i jolly della cucina e della gastronomia. Un tempo considerati “sacri” nelle famiglie contadine, che li preparavano per poter gustare i prodotti della terra anche fuori stagione, oggi sono secondi solo al pomodoro nell’industria delle conserve e sono immancabili sugli scaffali di supermercati come piccole salumerie. Si trovano praticamente ovunque. Negli ultimi anni si è riscoperto il gusto di prepararli a casa, come facevano i nostri nonni.

Tante specialità

Ogni territorio, ogni paese e in alcuni casi quartiere ha la sua tradizione conserviera. E così in Calabria, ad esempio, non si contano le diverse ricette di pomodori secchi sottolio. In Campania alle tradizionali conserve di carciofini e funghi champignon di recente si sono affiancati i friarielli, una particolare varietà di broccoli, e le melanzane. La “Giardiniera”, madre di tutte le conserve sott’olio, la si deve all’intuizione delle famiglie contadine piemontesi. Originariamente sott’aceto e chiamata anche antipasto “piemontese”, è attribuita, infatti, ai contadini delle Langhe e del Monferrato che la producevano per poter gustare il loro tipico antipasto, costituito da verdure e ortaggi tagliati a tocchetti, anche durante l’inverno. Le cipolline sono tipiche della gastronomia dell’Emilia-Romagna. In Toscana sono, invece, molto diffusi gli ortaggi ripieni conservati nell’olio, come i piccoli peperoncini rossi e verdi. La Sicilia vanta una storica tradizione sulle olive.

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2,3Sono i kg di tonno consumati all’anno anno da ogni italiano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

tuna fish in oil, canned food.Gli italiani sono tra i maggiori consumatori di tonno al mondo, secondi solo agli spagnoli. Con circa 120mila tonnellate di tonno acquistato ogni anno (circa 2 kg a testa) l’Italia è, infatti, il secondo Paese europeo per consumo. Continua a leggere

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2,7Sono i milioni di forme di Grana Padano prodotte nei primi sei mesi del 2014

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Formaggio grana con coltelloIl Grana Padano è il formaggio preferito dagli italiani che nei primi sei mesi del 2014 ha fatto segnare un nuovo record. Da gennaio a giugno, infatti, ne sono state realizzate 2.726.713 forme (+4,1% rispetto al 2013 – fonte Assolatte). “I mesi più produttivi sono stati marzo, aprile e maggio” – si legge in una nota di Assolatte, l’associazione delle imprese lattiero-casearie – “In questi tre mesi le produzioni hanno superato anche quelle del 2012”. Un dato che fa sperare in un anno d’oro per questo formaggio che ha una storia secolare: il 2014 dovrebbe chiudersi con oltre 5 milioni di forme prodotte, un numero ben superiore alle 4,5 uscite dalle aziende del Consorzio nello scorso anno.

Gli italiani, dunque, si confermano grandi consumatori di Grana Padano, di gran lunga preferito al Parmigiano Reggiano. Il formaggio che vanta una storia millenaria viene mangiato principalmente al taglio, come antipasto, secondo o dessert (servito con pere, uva passita, composte, gelatine e miele) ma anche largamente utilizzato in cucina nella preparazione di primi, secondi, contorni e dolci. Proprio un dolce, “un crumble con tartufo nero, gelato al Grana e scaglie, mele gala crude e un cremoso di mele” realizzato da Denny Imbroisi, sous chef del Jules Verne di Parigi, sarà il testimonial del Grana Padano a Identità Golose New York in programma dal 9 al 12 ottobre 2014.

Una storia millenaria

Il Grana Padano nasce su intuizione dei monaci benedettini dell’Abbazia di Chiaravalle fondata da San Bernando nell’attuale zona del Parco Agricolo Sud nel comune di Milano tra il quartiere Vigentino e il quartiere Rogoredo come soluzione all’eccedenza di latte prodotto in abbondanza dagli allevamenti che in quelle zone trovavano il pascolo ideale. I monaci Cistercensi misero a punto la ricetta di un formaggio a pasta dura ma granulosa (da cui il nome Grana) che stagionando, conservava i principi nutritivi del latte ma allo stesso tempo acquistava un sapore inconfondibile, dolce e saporito allo stesso tempo. Niente di meglio per avere alimenti a base di latte disponibili tutto l’anno ed in particolar modo nel lungo periodo invernale.

Il Grana Padano, la cui produzione si diffuse in poco tempo a contadini e casari della zona Padana (a cui deve l’altra parte del nome), è tra i formaggi più apprezzati del tempo. Considerato inizialmente un formaggio pregiato, diviene il protagonista degli sfarzosi banchetti rinascimentali di principi e duchi che ostentavano le forme di Grana Padano verso i propri ospiti. Contemporaneamente, proprio per volere dei monaci, diviene anche il principale alimento di sostentamento di contadini e degli abitanti meno abbienti della pianura durante le carestie, che frequentemente affliggevano il territorio.

“Il progressivo diffondersi di tale apprezzato formaggio causò l’affermarsi di alcune varietà di GRANA (Grana Lodigiano, Emiliano, Lombardo, Veneto ecc.), che furono tuttavia poi unificate nel termine “PADANO” quando – a seguito dell’istituzione delle denominazioni di origine dei formaggi, avvenuta con la legge n° 125 del 10 aprile 1954, anno di nascita del Consorzio di Tutela – fu chiesto il riconoscimento della denominazione d’origine GRANA PADANO”.

Forme, tranci e grattugiato

L’ideale è acquistarlo sempre fresco, tagliato al momento dalle caratteristiche forme cilindriche che hanno un peso tra i 24 e i 40 kg, un diametro tra i 35 e i 45 cm e uno scalzo (l’altezza) tra i 18 e 25 cm. Oggi, però, lo si trova disponibile anche a tranci o grattugiato fresco, in comode buste a chiusura ermetica. Da assaggiare quello prodotto da Rovagnati, disponibile sia a forme intere, sia a tranci che grattugiato.

L’azienda, come ogni produttore, è associata al Consorzio di Tutela del Grana Padano, indicatore di garanzia della qualità e della genuinità. Valori che affondano le radici in un rigido disciplinare e nell’utilizzo di latte proveniente esclusivamente dalla zona di produzione e di grattugiatura del Grana Padano DOP, dalle province di Alessandria, Asti, Biella, Cuneo, Novara, Torino, Verbania, Vercelli, Bergamo, Brescia, Como, Cremona, Lecco, Lodi, Mantova a sinistra del Po’, Milano, Monza, Pavia, Sondrio, Varese, Trento, Padova, Rovigo, Treviso, Venezia, Verona, Vicenza, Bologna a destra del Reno, Ferrara, Forlì Cesena, Piacenza, Ravenna, Rimini. Con riferimento alla produzione del latte, la zona di origine si estende anche all’intero territorio dei comuni di Anterivo, Lauregno, Proves, Senale-S. Felice e Trodena nella provincia autonoma di Bolzano.

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190Sono i grammi di frutta consumati quotidianamente da un italiano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

consumo frutta

Si mangia sempre meno frutta. Un dato preoccupante, soprattutto per i bambini. Rispetto a soli due anni fa, quando un italiano consumava circa 450 grammi al giorno tra frutta e verdura. Oggi questo dato è sceso sotto la soglia minima dei 400 grammi indicata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. L’allarme è emerso dal Dossier realizzato da Coldiretti su “Frutta e verdura dai campi alla tavola nel 2014”, presentato in occasione della mobilitazione di migliaia di agricoltori che nelle prime due settimane di luglio hanno lasciato le campagne per distribuire gratuitamente nelle piazze e sulle spiagge in tutta Italia duecentomila pesche, susine e altri frutti realizzando la più grande azione educativa sulla frutta nei luoghi della vacanza.

I consumi sono calati consistentemente soprattutto negli ultimi due anni. Complice la crisi, la riduzione dei consumi alimentari riguarda purtroppo anche frutta e verdura, che fino al 2012 facevano dell’Italia il secondo consumatore europeo, dopo la Polonia.

I 190 grammi di frutta al dì non sono pochi, ma dovrebbero essere molti di più per garantire l’apporto minimo di vitamine e altri principi nutritivi apportati dal consumo. Nel primo semestre del 2014 i consumi di prodotti ortofrutticoli da parte degli italiani sono scesi del 2% rispetto allo stesso periodo nel 2013, quando complessivamente durante tutto l’anno – si legge nel Dossier della Coldiretti – sono stati acquistati poco più di 7,8 milioni di tonnellate di ortofrutta, divise tra 4,2 milioni di tonnellate di frutta e 3,6 milioni di tonnellate di ortaggi.

Solo il 18,4% della popolazione ha consumato quotidianamente almeno quattro porzioni tra frutta, verdura e legumi freschi (Istat/Cnel 2013) che garantiscono l’assunzione di elementi fondamentali della dieta come vitamine, minerali e fibre che svolgono una azione protettiva, prevalentemente di tipo antiossidante.

Un calo preoccupante poiché la raccomandazione del Consiglio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per una dieta sana è quella di mangiare più volte al giorno frutta e verdure fresche per un totale a persona di almeno 400 grammi, ma – affermano da Coldiretti – in Italia la quantità consumata è scesa purtroppo al di sotto, con situazioni più preoccupanti per i bambini. Il numero dei bambini e adolescenti che mangia frutta e verdura a ogni pasto è sceso al 35% a fronte del 37% nel 2012, mentre quelli che la mangiano una volta al giorno sono passati al 35%, contro il 39%, e si registra anche un aumento di coloro che non l’assumono o lo fanno un massimo di 2 volte a settimana (31% contro il 24%)”.

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27Sono i vasetti di yogurt consumati mediamente in un anno da ogni italiano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

young woman at home eating yogurtIn Italia si producono e si consumano 1,6 miliardi di vasetti di yogurt all’anno (Assolatte). Quello più diffuso è lo yogurt di latte vaccino, ma viene prodotto anche con latte di pecora o di bufala, oggi molto apprezzato, e con il latte di soia. E’ un alimento completo che fa bene ai bambini come agli ultra settantenni.

Ricco di fermenti lattici è indicato nelle diete ma anche per il trattamento di alcune patologie. Lo yogurt, che ha una storia millenaria, non è tra i prodotti caseari preferiti dagli italiani, che sono tra i minori consumatori europei, ma il suo consumo è in crescita.

Sempre più utilizzato anche in cucina e per la preparazione dei dolci, che rende soffici e fa mantenere freschi più a lungo, è immancabile nel frigorifero degli italiani che lo mangiano prevalentemente a colazione al naturale o con i cereali, ma anche come spuntino o come merenda pomeridiana. Negli ultimi anni, mutuando una tradizione tutta d’oltralpe, si è affermato anche come dessert a fine pranzo. Ottimo il gelato allo yogurt così come frullati e frappè. Le yogurterie in Italia non sono più così rare come qualche anno fa che lo servono anche su macedonie di frutta, crepes e waffel.

Non tutti gli italiani mangiano yogurt regolarmente, come invece sarebbe buona abitudine fare, e – dunque – il consumo reale è molto maggiore rispetto al dato statistico. Tolti gli intolleranti al latte che non sono pochi, i neonati e gli ultrasettantenni e i tanti italiani che dichiarano di non mangiarlo, il consumo medio reale si aggirerebbe sui 2 vasetti a settimana per persona. Intero, magro o parzialmente scremato oggi si presenta nei banchi del fresco di market e supermercati in decine di varianti.

Fragola, pesca, albicocca, frutti di bosco, banana, ananas e cocco i gusti preferiti dagli italiani assieme al classico “bianco”. Ma non mancano quelli a caffè e cereali. Molto venduti anche gli yogurt per bambini, che oggi sono divenuti un alimento fondamentale della dieta dei più piccoli.

70 - fuori

70 dentro

 

Sono i grammi di tè che ogni italiano consuma in un anno

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Jasmine teaIl Tè in Italia è ancora una bevanda di nicchia. Sono un po’ pochini, rispetto a tanti altri paesi i 0,07 kg di tè consumati da ogni italiano durante l’anno, che corrispondono a circa 3 tazze al mese. Molto, ma molto meno rispetto agli inglesi che ne consumano in media 4 tazze al giorno, per un totale di 2,2 kg all’anno per persona. Meno della metà, però, rispetto ai circa 4,5 kg consumati nel 1938.

Seconda solo all’acqua come bevanda, si stima che in tutto il mondo, in un anno, se ne consumano circa 4,5 milioni di tonnellate (2013) e che entro il 2017 il consumo totale dovrebbe raggiungere le 6 milioni di tonnellate (dati Fao). Numeri da capogiro per una bevanda che è radicata nelle culture di centinaia di paesi del mondo. Non per il famoso rito delle 5 del pomeriggio, su cui è stata costruita la narrazione di una nazione (l’Inghilterra), ma principalmente per il consumo legato ai pasti. Si beve tè a pranzo o a cena in Russia, Germania e Francia, ma anche in Brasile, Centro America, Stati Uniti e poi in molti paesi dell’Africa del Nord, come il Marocco e ancora in India, una delle patrie mondiali di questa bevanda, in Cina, in Giappone.

In questi Paesi il consumo di tè è così diffuso nel corso della giornata che in molte case è presente un bollitore elettrico, come lo si trova quasi ovunque nei principali hotel del mondo, così come ci sono dispenser di acqua calda da cui attingere per preparare il tè in uffici e luoghi pubblici.

Ogni tazza è un viaggio…

Per secoli considerato merce preziosa, in queste foglioline sono racchiuse  storie, viaggi, battaglie, persone, riti e miti che nel tempo ne hanno fatto uno degli alimenti più importanti da un punto di vista sociale, al pari del pane. Attorno alla coltivazione della pianta da cui si ricava questa bevanda si sono costruiti e distrutti regni e stati, è stata costruita una parte importante della storia economica moderna, si sono sviluppati i commerci.

Quando il tè ha iniziato a diffondersi come prodotto di largo consumo c’era poca scelta, ci si accontentava al più di una buona tazza di tè nero, il più diffuso al mondo. Oggi, invece, c’è solo l’indecisione della scelta, e come per il caffè quando si chiede al bar la prima domanda che viene rivolta è se si hanno preferenze. Darjeling, Early grey, bianco, ai frutti di bosco, agli agrumi, il famoso breakfast, e il tè verde dalle proprietà benefiche. Anche se oggi il tè si presenta in centinaia di varianti, sono solo sei i tipi di base: nero, verde, oolong, bianco, giallo e pu’er. Tutte le varietà derivano, però, dalla stessa pianta base, la Camellia sinensis.

Oggi il mondo è più o meno equamente suddiviso tra chi preferisci il caffè, espresso o “americano” e chi il tè, ma per secoli è stato quest’ultimo a farla da padrone.

 

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250Sono i grammi di salumi che ogni italiano, in media, consuma nel periodo di Pasqua

 

 

 

 

 

 

 

Salumi di PasquaUna volta i salumi si consumavano solo a Pasqua o in poche feste importanti, anche familiari, come i sacramenti. Oggi sono disponibili tutto l’anno ma è rimasta la tradizione di mangiarli durante la Settimana Santa. Una consuetudine alimentare che affonda le radici nel Medioevo ed è legata alla macellazione del maiale che avveniva tra il 13 dicembre, festa di Santa Lucia, e il 14 gennaio, quando la Chiesa Cattolica celebra Sant’Antonio.

A seconda delle regioni italiane nei giorni della Settimana Santa si consumano salame o coppa, capocollo o soppressate, pancetta arrotolata, salsiccia dolce o piccante, culatello, la ‘nduja calabrese, ma anche prosciutto crudo e cotto. Generalmente si servono come antipasto, prima o dopo il secondo piatto. In alcune regioni si accompagnano con la ricotta salata e le uova sode, come nella “fellata” napoletana, il piatto di affettati che si consuma il giorno di Pasqua.

La varietà di salumi che si portano a tavola affettati è influenzata dal territorio e così a Milano e più in generale in Lombardia si usa il salame milano e la Spianata, mentre a Napoli è d’obbligo quello “napoletano” classico o quello di Mugnano del Cardinale a cui si affiancano Capocollo e Sopressata. In Toscana la Finocchiona, nel Lazio la Ventricina, nelle province di Parma e Piacenza il salame Strolghino e la Coppa, in Calabria la salsiccia.

Secondo Assica (Associazione Industriali delle Carni e dei Salumi aderente a Confindustria), nonostante il momento critico dei consumi dei salumi, gli italiani rispetteranno le tradizioni alimentari legate alle festività con un consumo previsto di circa 13.000 tonnellate di salumi, tra salami, coppe e capocolli per un valore di circa 30 milioni di euro. Tale quantità è data non solo da quelli da affettare ma soprattutto da quelli impiegati nelle preparazioni di torte e pizze salate come il famoso “casatiello” napoletano, pani e panini ai salumi, o nel ripieno della pasta all’uovo, come tortelli, ravioli e cannelloni.

Oggi a Pasqua si consumano salumi stagionati o comunque al giusto punto di conservazione, diversamente dai secoli scorsi quando il giorno della Risurrezione era propiziatorio per aprire ed assaggiare i salami freschi ottenuti dalla macellazione fatta tra dicembre e gennaio, in particolare quelli più deperibili, “insaccati” nel duodeno. Potevano essere conservati più a lungo, invece, i salami e i salumi preparati con il grosso intestino e molti mesi per quelli preparati con l’ultimo tratto, denominato gentile (o “culare”). In modo analogo, avveniva per le coppe o capicolli: avevano una stagionatura più breve delle spalle e dei prosciutti, pronti dopo molte stagioni e quindi denominati prodotti stagionati. Da non dimenticare che vi erano anche prodotti salumieri di più o meno rapido consumo, come le salsicce, i cotechini e gli zamponi, utilizzati entro la primavera successiva la macellazione.

Il salame e i salumi più in generale per diversi secoli hanno rappresentano una preziosa quanto gradita merce di scambio. Con uno o più salami che si ottenevano dalla macellazione del maiale, conservati gelosamente, generalmente si pagavano prestazioni professionali di medici, farmacisti, avvocati o notai.

 

 

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Sono i grammi di pane consumati mediamente in un giorno da ogni italiano

 

 

 

 

 

 

 

 

CiabattaUna fetta a pasto o un piccolo panino. Gli italiani mangiano sempre meno pane. Secondo una recente ricerca della Coldiretti, “Il pane quotidiano nel tempo delle rinunce”, è uno degli effetti più importanti della crisi sui consumi.

Molti nutrizionisti, invece, sostengono che si tratta di un cambiamento delle abitudini alimentari dovuto a diversi fattori: la varietà del menù, la presenza e la disponibilità di diversi tipi di snack e prodotti da forno a base di farine, come grissini, cracker o schiacciatine. Fatto sta che rispetto agli 83 kg annui di qualche decennio fa, quando, nel 1980, ogni italiano consumava mediamente 230 grammi di pane al giorno, oggi se ne mangia quasi il 60% in meno.

Il consumo di pane è sceso sempre di più negli anni. Nel 1990 ogni italiano ne mangia 197 grammi al giorno, nel 2000 si arriva a 180 grammi, nel 2007 a 145, nel 2010 la quantità si attesta a 120 grammi e nel 2012 crolla a 106, fino a scendere sotto i 100 nel 2013.

Eppure il principe degli alimenti è un elemento fondamentale del menù quotidiano. Ancel Keys, l’inventore della Dieta Mediterranea, consigliava addirittura “un elevato consumo di pane”.

È vero che sempre più frequentemente durante la giornata il pane lo si mangia anche sotto altre forme: un tramezzino, un toast o un club sandwich, ma è anche vero che in passato molto più di oggi accompagnava se non tutti i pasti almeno secondi e contorni.

Anche il rito del fornaio sta scomparendo e sempre più persone si “accontentano” del pane che si trova nell’ipermercato, supermercato o mini market sotto casa aggiungendolo al carrello della spesa. Se appena trent’anni fa passare dal fornaio, infatti, era un’abitudine quotidiana, oggi solo il 37% degli italiani acquista pane quotidianamente, il 16% ogni due giorni, il 22% due volte a settimana e l’11% una volta. Abitudine che sarebbe bene recuperare.

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8Sono i kg di carciofi consumati in media da un italiano in un anno

 

 

 

 

 

 

 

 

Cuore di carciofiTra i contorni più diffusi, in casa come al ristorante, ma usati molto anche nella preparazione di primi e secondi, i carciofi sono tra gli ortaggi preferiti dagli italiani, con un consumo annuo pro capite di circa 8 kg (fonte Bayer Crop Science-Iulm, 2013), contro un consumo medio europeo inferiore ai 2 kg: veramente tanti. Significa che ogni italiano ne mangia almeno 150 grammi a settimana.

Il carciofo alla giudia, come lo si mangia a Roma, è sicuramente il contorno più noto e famoso, privato solo delle foglie esterne violacee e della parte finale del gambo, lasciato intero e fritto in abbondante olio extravergine; non sono da meno, però, i carciofini sott’olio. Ma agli italiani piacciono molto anche stufati con olio e olive nere, lessi o leggermente soffritti. Il risotto ai carciofi è uno dei piatti tipici della cucina italiana. Coltivato un po’ ovunque in Italia che ne è, storicamente, il maggior produttore mondiale con più di 500.000 tonnellate (il 35% della produzione mondiale), il carciofo cresce anche in poca terra tanto che si sta diffondendo come coltura anche negli orti su balcone o terrazzo.

L’impiego del carciofo in cucina, con oltre 270 ricette regionali menzionate, testimonia la notevole versatilità di questo ortaggio e la sua forte tradizione alimentare” – afferma Nicola Calabrese, ricercatore presso il CNR di Bari e coordinatore scientifico del volume Il carciofo e il cardo della collana “Coltura&Cultura” di Bayer CropScience, il più ampio testo mai scritto sul carciofo. “In tutte le civiltà che si sono sviluppate intorno al bacino del Mediterraneo si trova traccia della conoscenza e dell’uso di questa pianta, la cui storia ha inizio circa 12.000 anni fa, anche grazie alle molte virtù che gli erano attribuite e alle sue apprezzate qualità organolettiche.

Farciti, come le pasquali mammarelle napoletane o con la pasta, altra ricetta tradizionale italiana, a spicchi, in pastella, sono divenuti un componente fondamentale del fritto misto. È quasi scontato ricordare che dai carciofi si ottiene anche un ottimo amaro, il Cynar, tra i più apprezzati dopo pasto.

Incoronato dalla storia re dell’orto” – sostiene Frank Terhorst, Amministratore Delegato di Bayer CropScience in Italia – “resta una coltura impropriamente definita minore, ma fondamentale per l’economia di alcune regioni e per il ruolo insostituibile nella dieta“.

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23Sono i kg di formaggio consumati mediamente in un anno da ogni italiano

 

 

 

 

 

 

 

 

tagliere formaggi mistiDi vacca, di bufala, di pecora o capra. Fresco, come la mozzarella o lo stracchino, o stagionato. Gli italiani, con circa 23 kg, sono i principali consumatori di formaggio nel mondo, primato che si contendono con i francesi e gli olandesi. Tanti rispetto ai circa 17 kg di consumo in Europa o i 15 kg di Stati Uniti, Canada e Australia (dati Clal).

Grana Padano e Parmigiano Reggiano sono, nell’ordine, i formaggi preferiti dagli italiani, seguiti nella classifica dei consumi da mozzarella, Pecorino romano, Asiago, Provolone della Valpadana e Gorgonzola. Ma siamo ghiotti anche di caciotta, formaggi a pasta molle come Taleggio e Fontina e freschi come ricotta e crescenza.

Tra quelli stranieri la palma dei consumi va all’Emmental, il famoso formaggio svizzero “con i buchi”. Ma questi sono solo alcuni dei circa 600 tipi di formaggio prodotti in Italia, la cui prevalenza è fortemente legata al territorio e alla tradizioni locali.

Se un pezzetto di formaggio non manca quasi mai nel pasto quotidiano, esso è utilizzato molto anche in cucina, nelle preparazioni di piatti e pietanze più diverse, sia come condimento – valga per tutti quello grattugiato sulla pasta – ma anche come antipasto o dessert. Si, proprio dessert. Nel nostro Paese, infatti, è sempre più diffusa la prassi di accompagnare il consumo di formaggi con miele, confetture, composte e gelatine, ma anche con qualche chicco di uva passita. Una riscoperta e sana abitudine alimentare del passato che coniuga le proprietà di due alimenti fondamentali nella dieta.

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1virgola5Sono i kg di frutta secca consumati all’anno da un italiano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nuts and dried fruits mixed assortment of delicaciesLa frutta secca fa bene e bisognerebbe mangiarne almeno 30-40 grammi al giorno. Eppure i consumi pro capite in Italia, che è tra i primi produttori mondiali, sono inferiori alla media europea.

Con circa mezzo chilo l’anno, le mandorle sono la frutta secca preferita dagli italiani, segue l’uva passita, i pistacchi e le noci, poi albicocche, fichi e prugne. Secondo uno studio durato oltre trent’anni, tra i più lunghi e ampi del suo genere mai condotti, pubblicato di recente sul New England Journal of Medicine, la frutta secca, disidratata o a guscio, è il vero elisir di lunga vita!

Le persone che consumano abitualmente frutta secca ogni giorno hanno il 20% in meno di probabilità contrarre malattie di qualsiasi genere, principalmente quelle cardiache e circolatorie. Dunque la frutta secca fa bene. Se ne parlerà a Bologna il 14 gennaio 2014 nell’ambito di Marca, la fiera del Private label con il convegno “Frutta Secca è benessere” promosso da Nucis Italia, l’associazione dei produttori di Frutta secca, rappresentanza italiana della fondazione INC – International Nut and Dried Fruit Council, istituita con la finalità di divulgare le qualità benefiche connesse al consumo di frutta secca ed essiccata.

“Negli ultimi anni – fanno sapere da Nucis Italia – la frutta secca ha modificato il suo vissuto presso il consumatore italiano: da prodotto alto calorico e con una connotazione prettamente natalizia è transitato verso una categoria salutistica. Questa metamorfosi è stata possibile grazie ai numerosi studi clinici realizzati a livello mondiale che hanno rivelato le tante virtù dei semi oleosi (cioè noci, nocciole, mandorle, pinoli, etc…) e della frutta disidratata morbida per la nostra salute, se consumata nella giusta dose, ovvero circa 30/40g al giorno”.

La frutta secca, diversamente da quanto si pensi, è molto presente nell’alimentazione quotidiana. Il 32% della produzione è utilizzata negli aperitivi, in cui, ad esempio, mandorle e pistacchi, ma anche anacardi, sono immancabili; il 28% è impiegata in cucina, tra produzione industriale e uso domestico;  il 21% è consumo stagionale, praticamente quello natalizio: un periodo in cui la frutta secca è immancabile sulle tavole delle feste; il 12% della frutta secca prodotta è destinata all’industria della salute e il 4% agli snack (Conad).

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Sono i kg di olio consumati durante l’anno da ogni italiano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L’olio extravergine di oliva, essendo uno dei pilastri della Dieta Mediterranea, non manca mai sulle tavole degli italiani che, con 12 kg all’anno, ne sono i primi consumatori mondiali. È utilizzato nella preparazione di primi, secondi e persino di dolci, ma il suo impiego principale è come condimento. Impareggiabile come merenda, ma anche come spuntino, con la classica fetta di pane e un pizzico di sale.

Anche se venduto a litro, le quantità di olio sono misurate in kg perché l’olio ha un peso specifico più basso, 915-918 Kg/m3 a 15°C. Un litro di olio di oliva corrisponde mediamente a 0,916 kg: ciò vuol dire che 1 kg di olio di oliva corrisponde a 1,091 litri. Dunque un italiano medio ne consuma poco più di 13 litri l’anno.

Una quantità giusta anche se Ancel Keys, il papà della Dieta Mediterranea, avrebbe detto sicuramente che sono pochi. Nel suo libro Mangiar bene e star bene, infatti, sostiene di “Preferire gli oli vegetali ai grassi solidi” e soprattutto di consumare “tanto olio di oliva”.

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Sono i kg di burro consumati da un italiano nel corso di un anno

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BreakfastDividendo i 2,3 kg di burro consumati annualmente, risulta che ogni italiano ne mangia non più di 6,5 grammi al giorno (Clal). Molto meno dei 10 grammi della razione massima consentita. Ma in questa quantità c’è tutto il burro consumato, quello crudo ma anche quello utilizzato nella preparazione di piatti freschi e prodotti dei più diversi. Dunque non c’è da preoccuparsi. Piuttosto potremmo mangiarne un po’ in più, recuperando anche abitudini perdute come il classico pane, burro e marmellata.

Dopo esser stato demonizzato per oltre 40 anni, da quando, nel 1970, con il famoso studio dei “sette paesi”, i ricercatori individuarono una correlazione tra il livello di colesterolo e le malattie cardiache, oggi il burro è stato completamente riabilitato ed è considerato un alimento importante nella dieta quotidiana. La conferma viene da una ricerca del cardiologo Aseem Malhotra pubblicato sul British Medical JournalSaturated fat is not the major issue“.

Di fatto non mangiamo burro ogni giorno, dunque nessun problema. Il suo consumo, dopo quasi trent’anni, sta tornando a crescere. È preferibile consumarlo crudo, magari spalmato su una fetta di pane caldo a colazione o come base per crostini con acciughe o caviale. In alcuni casi è consigliabile alternarlo all’olio extra vergine di oliva. È indispensabile nella preparazione di alcuni piatti come il riso all’inglese (con il burro) o nei ravioli o tortelli alla salvia. Se non è utilizzato per friggere e lo si porta al punto di fumo non fa male, neanche usato come condimento, per esempio di spinaci o carote.

Dunque il burro non fa male, anzi secondo il cardiologo inglese, può avere effetti positivi. È molto digeribile rispetto ad altri grassi ed è ricco di vitamina A. Certo, 20 grammi di burro forniscono circa 50 mg di colesterolo, ma non meno di una piccola bistecca o di tanti altri alimenti.

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Sono i chili di pasta consumati annualmente, in media, da ogni italiano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il consumo medio pro capite annuo di pasta in Italia (dati IPO, Annual Survey on World Pasta Industry – October 2012), si attesta sui 26 kg. Pochi per il Wall Street Journal, secondo cui “gli italiani stanno perdendo il gusto per la pasta”, per dirla con le parole di un articolo pubblicato l’11 ottobre che ha fatto il giro del mondo.

pastaLa quantità giusta, secondo i più autorevoli nutrizionisti che la indicano come la porzione ideale giornaliera, è di circa 70 grammi di pasta una volta al giorno. Certo rispetto a soli 10 anni fa, quando se ne consumavano 40 kg pro capite all’anno, c’è stata una forte riduzione sui consumi, ma l’Italia resta saldamente in testa alla classifica dei consumatori, davanti al Venezuela, con 13 kg all’anno a testa, e la Tunisia, con 12 kg; seguono Grecia, Svizzera, Svezia e Stati Uniti. “Il dato rassicurante” – secondo l’ultimo report di Coldiretti – “è che i consumi di pasta delle famiglie italiane nel 2013 hanno tenuto più degli altri prodotti con un calo di appena l’1,3 per cento, mentre si è contratta la spesa (-8,9 per cento) per la tendenza ad acquistare confezioni low cost”.

E se per gli italiani la pasta è sinonimo di cibo quotidiano, il 56% degli americani sostiene di non riuscire a vivere senza mangiare pasta (NPA 2011). L’Italia è leader anche nella produzione, secondo gli ultimi dati Coldiretti, con 3,2 milioni di tonnellate – una quantità superiore a quella degli Stati Uniti (2 milioni di tonnellate), del Brasile (1,3 milione di tonnellate) e della Russia (858mila tonnellate). E se le paste artigianali trafilate al bronzo sono il must degli ultimi anni, il nuovo trend è mangiare paste realizzate con grano 100% italiano.

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60Sono le varietà di fagioli commestibili esistenti al mondo. 15 tra queste sono prodotte in Italia

 

 

 

 

 

 

 

 

Mix di FagioliPer gli antichi era un legume “vile”, forse perché già in epoca romana era consumato dalle fasce meno abbienti della popolazione, sostituendo la carne. Da allora il fagiolo ne ha fatta di strada, fino al punto che, per le sue composizioni, Gioacchino Rossini preferiva essere pagato con quelli di Sorana, piccoli e bianchi, anziché in denaro.

I fagioli sono tra i legumi più coltivati al mondo. Le varietà esistenti sul pianeta sono oltre trecento, di cui una sessantina commestibili. La diffusione così ampia è dovuta alla sua caratteristica di essere di “poche pretese” – cresce, infatti, anche in porzioni ristrette di terreno. Più esigente sul fronte climatico, preferisce temperature non troppo calde.

Oltreoceano i fagioli più celebri sono sicuramente quelli messicani, protagonisti di tanti piatti – dal chili ai fagioli alla messicana, fino alla zuppa di fagioli neri – in cui sono combinati sempre con le piccanti spezie dell’America Centrale. In Messico si possono acquistare fino a 25 varietà di questo legume.

In Cina e Giappone, il fagiolo più comune è denominato “azuki”: gli orientali lo cucinano con il riso e lo macinano per ricavarne la farina.

 

[vc_text_separator title=”L’arrivo in Italia” title_align=”separator_align_left” width=”1/1″ el_position=”first last”]

I fagioli consumati dall’età romana al Medioevo provenivano dall’Africa ed erano chiamati “all’occhio”. Ancora oggi sono consumati in Toscana e stanno avendo un ritrovato successo anche nel Centro e Sud Italia. Dopo i viaggi di Cristoforo Colombo, arrivarono in Europa i fagioli coltivati in Messico già 5000 anni prima di Cristo, quelli che mangiamo ai nostri giorni. In Italia, la prima regione ad accogliere il nuovo legume fu il Veneto.

Oggi nella Penisola sono cucinati in tantissimi modi, basti pensare che soltanto la classica pasta e fagioli è preparata in numerose varianti che cambiano da una regione all’altra – a Napoli, ad esempio, prevede l’aggiunta delle cozze o delle cotiche. Una buona zuppa di fagioli è l’ideale per scaldare le fredde serate invernali, mentre in estate questi legumi sono tra gli ingredienti di gustose insalate. Nella tradizione toscana, poi, sono famosi quelli “all’uccelletto”, chiamati anche “fagioli a guisa d’uccellini” dall’Artusi, perché insaporiti con la salvia – spezia utilizzata anche nella preparazione della cacciagione.

 

[vc_text_separator title=”Ancora carne dei poveri?” title_align=”separator_align_left” width=”1/1″ el_position=”first last”]

21 grammi di proteine in 100 grammi di prodotto, una caratteristica che ha fatto guadagnare al fagiolo l’appellativo di “carne dei poveri”: fino alla prima metà del secolo scorso, coloro che non potevano permettersi il lusso di mangiare carne la sostituivano con il prezioso legume.

Se questo discorso può essere ancora valido per le tipologie più comuni, come i borlotti e i cannellini, non lo è per alcune pregiate varietà coltivate nel nostro Paese. Delle quindici diffuse sul territorio nazionale, sei hanno conquistato i prestigiosi marchi europei di Denominazione di Origine Protetta (DOP) o di Indicazione Geografica Protetta (IGP), sinonimo di una qualità elevata che sul mercato ha il suo prezzo. Tra queste, il fagiolo di Lamon (IGP), coltivato in 21 comuni della Vallata Bellunese, arriva anche a 15 euro al chilo, mentre il costo dei bianchi di Rotonda (DOP) e dei cannellini rossi e neri di Sarconi (IGP), tutti originari delle campagne potentine, si aggira sui 13; quello di Sorana IGP – anch’esso originario della Basilicata –, tanto amato da Rossini, nel 2012 ha sfiorato invece i 26 euro al chilogrammo.

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87Ogni italiano, in media, consuma circa 87 kg di patate l’anno, contro i 102 kg degli inglesi e i 113 dei bielorussi, a fronte di una media mondiale di 31 kg l’anno

 

 

 

 

 

 

 

Se quella fritta rappresenta la gran parte del consumo, nelle preferenze degli italiani seguono le patate preparate al forno o bollite, generalmente utilizzate per le insalate, e il purè. Il consumo di patate, diversamente da ciò che si possa pensare, anche guardando all’importanza della patata nella tradizione alimentare italiana, avviene principalmente fuori casa: nella ristorazione, dove è uno dei contorni più richiesti, nel food service (mense, ospedali, ristorazione collettiva) ma anche nelle paninoteche, dove, appunto, viene servita fritta. Con 11 milioni di tonnellate l’anno proprio le patatine fritte detengono il primato del consumo mondiale di patate.

In Italia si producono 17 milioni di quintali di patate di cui 1,8 sono destinati alla trasformazione industriale; di questi ultimi 600mila quintali diventano chips (le patatine fritte confezionate) mentre 1,1 milioni di quintali stick (dati Assopa). Una curiosità: quelle fritte, nel 93% dei casi, sono conservate surgelate. Solo di recente alcuni ristoranti e hamburgherie hanno ricominciato a servirle preparate al momento, sia in chips che stick.

Patate fritte

“È meglio utilizzare patate fresche piuttosto che surgelate – afferma il Prof. Raffaele Sacchi dell’Università Federico II di Napoli –. I consumatori, però, preferiscono sempre di più i prodotti surgelati. Il prodotto dovrebbe essere consumato appena fritto. Vale sempre l’antico suggerimento napoletano del frijendo mangiando e sarebbe indicato passare sempre il fritto nella carta assorbente – il famoso coppo napoletano ha una funzione ben precisa”.

Diversamente da come si pensava in passato, quando addirittura furono ipotizzate malattie derivanti dall’eccessivo uso di patate, soprattutto durante e dopo le guerre, oggi la patata è considerata un toccasana per l’alimentazione. Consigliata nelle diete, soprattutto se lessa, con il suo modesto apporto energetico, pari a 85 chilocalorie, ed un contenuto in grassi particolarmente basso (1%) è senza dubbio da preferire ad altri alimenti. Peraltro questo tubero è ricco di sostanze nutritive. Con i suoi 570 mg per 100 grammi di prodotto, ad esempio, costituisce una delle più importanti fonti di potassio per l’organismo umano. Per il modesto contenuto in fibra grezza, inoltre, è facilmente assimilabile e, quindi, particolarmente indicato nella dieta di bambini ed anziani.

Per gli appassionati del genere dall’1 al 6 ottobre la città di Bologna con PATATA in BO, la Settimana Nazionale della Patata, diventa palcoscenico dell’unico festival italiano del famoso tubero con appuntamenti volti a coinvolgere tutta la filiera, dai produttori ai consumatori finali, passando per la ristorazione d’eccellenza.

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N. 54

È il numero di pizze che un italiano mangia mediamente in un anno, almeno una a settimana

 

 

 

 

 

Pizza MargheritaGli italiani non riescono a fare a meno della pizza. Ne mangiano almeno una a settimana. C’è chi non mangia carne, chi rinuncia al gelato o ai dolci, in particolar modo alla cioccolata, ma alla pizza no. Tanto che in Italia, di pizze, se ne consumano oltre 3 miliardi l’anno.

Il dato è stato reso noto dalla Federazione Italiana Pubblici Esercizi (FIPE) in occasione del campionato mondiale per pizzaioli che si è tenuto a Napoli il 3 e 4 settembre. Anche tedeschi, francesi e spagnoli non sono da meno tanto che assieme all’Italia detengono il 78% del mercato mondiale di consumo di pizza. Un business che produce un giro d’affari stimato in 62 miliardi di euro.

Nel Bel Paese si contano 42mila pizzerie; quelle d’asporto sono 21mila. Circa 100mila gli addetti impiegati in questo settore: 65mila sono italiani, 20mila egiziani, 10mila marocchini e 5mila dell’Est Europa, dell’Asia e di altri Paesi. Al fianco delle oltre 63mila pizzerie ci sono inoltre 69mila ristoranti tradizionali, 6.500 ristoranti top e 5mila facenti capo alla categoria all’avanguardia.

Il costo di una pizza varia: dai 2,88 euro di quelle “al taglio” vendute nelle gastronomie, rosticcerie e panetterie ai 5,90 euro (altri sostengono che la media sia di 6,50) delle pizze tradizionali (servite nel piatto). I costi variano tra città e città ed è a Milano che la pizza è più cara, mentre la più economica si mangia a Reggio Calabria. A Napoli, però, dov’è nata, la pizza, che è considerata il cibo di strada per eccellenza, si può trovare anche a 1 euro. Consumata rigorosamente “a portafoglio” o “libretto”, cioè piegata in quattro, viene servita a questo prezzo (al massimo 1,50-2 euro) anche da pizzerie note, che non hanno voluto rinunciare alla storica tradizione.

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Sono le specialità alimentari italiane, secondo il censimento dei prodotti agroalimentari tradizionali delle regioni nel 2013 realizzato da Coldiretti.

 

 

 

 

cartina italia prodotti tipici

Fonte: Carniato

C’è la pizza ma ci sono anche le Lingue di suocera, gli anicini e il finocchio di Isola Capo Rizzuto, la Parmigiana di Melanzane e la Frittata pasquale, il mozzariello e la mozzarella, fino al fagiolo dente di morto e al pan nero. Sono solo alcuni dei 4.700 prodotti tipici del Belpaese che da tredici anni la Coldiretti cataloga a livello regionale in quella che è divenuta la più ampia e aggiornata mappa delle specialità gastronomiche italiane.

A loro sono affidate le sorti di oltre l’80% dei territori italiani nonché delle località turistiche, non solo estive. Sempre secondo Coldiretti, infatti, per il 35% degli italiani il successo di una vacanza dipende proprio dal cibo e dalle specialità enogastronomiche locali. Il cibo infatti è considerato l’ingrediente più importante della vacanza che batte la visita a musei e mostre, (29%), lo shopping (16%), la ricerca di nuove amicizie (12%), lo sport (6%) e il gioco d’azzardo (2 %). 

Per questo l’Italia è leader mondiale nel turismo enogastronomico a livello mondiale con oltre 24 miliardi di euro spesi dai turisti nazionali ed esteri nel Belpaese per consumare pasti in ristoranti, pizzerie, trattorie o agriturismi, ma anche per acquistare prodotti tipici, secondo l’analisi della Coldiretti dalla quale si evidenzia che è destinato alla tavola un terzo (33%) della spesa di italiani e stranieri in vacanza in Italia.

La tavola è il vero valore aggiunto delle vacanze Made in Italy e tra tutti gli elementi della vacanza, dall’alloggio ai trasporti, dai servizi di intrattenimento a quelli culturali, la qualità del cibo in Italia – precisa la Coldiretti – è quella che ottiene il più alto indice di gradimento tra i turisti stranieri e italiani. Quasi il 10% dei prodotti alimentari tradizionali censiti sul territorio nazionale si trova in Toscana dove se ne contano ben 463, ma sul podio sale anche la Campania con 387 specialità e il Lazio con 384. A seguire il Veneto (371), il Piemonte con 341 prodotti seguito da Emilia Romagna (307 specialità) e Liguria che può contare su 295 prodotti. 

Lo scorso anno i prodotti censiti erano 4.671, ma rispetto al 2000, quando è iniziato il lavoro di catalogazione a livello regionale, sono più che raddoppiati quest’anno, “sotto la spinta – sottolinea la Coldiretti – della forte crescita del turismo enogastronomico in Italia”.

 

Qui l’elenco di tutti i prodotti: http://www.politicheagricole.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/327

 

N.6

N 6

 

6 chili a testa. È la quantità di gelato che consuma annualmente ogni italiano.

 

 

 

 

 

 

 

 

gelato1Tanti, pochi? Secondo i nutrizionisti, la dose equilibrata. Dati alla mano più di ogni altro abitante del pianeta. Dividendo questa quantità per il peso medio di un gelato, a cono o in coppetta, corrisponde a 50-75 gelati all’anno, tra artigianali e confezionati. Il calcolo è stato fatto considerando un gelato composto su cono o una coppetta composto da 2-3 palline, l’unità di misura più appropriata, il cui peso è di di circa 40 gr.

Spesso demonizzato il gelato è, invece, un toccasana per l’alimentazione, purché non si esageri e si preferisca quello artigianale a quelli industriali, che comunque, consumati saltuariamente non fanno così tanto male. Da considerarsi come un piatto completo, all’occorrenza può sostituire un pasto se si sta seguendo un regime alimentare bilanciato e povero di grassi. Ma può essere consumato anche come spuntino o a fine pasto senza farsi troppi sensi di colpa, meglio se accompagnato da una lunga passeggiata. L’apporto calorico e le proprietà nutrizionali variano a seconda dei gusti che si scelgono. Un gelato alla frutta contiene poche colorie, purché non sia a base cremoso. Quest’ultimo è sicuramente più calorico grazie ai grassi e agli zuccheri presenti nel latte a cui bisogna aggiungere le calorie di altri ingredienti come cereali, gocce di cioccolato o amarene. 100 grammi di gelato artigianale cremoso forniscono 160 milligrami di calcio ma anche fosforo, che da energia e stimola l’attività celebrale e vitamina A, il cui apporto è fondamentale nel periodo estivo.

L’Italia, con le sue 30mila gelaterie artigianali, è ormai consacrata come la patria mondiale del gelato. Un settore florido, che ormai lavora tutto l’anno, occupando circa 93mila addetti, cifra pari alla somma di tutte le gelaterie attive nel resto del mondo per un consumo complessivo di circa 380mila tonnellate l’anno.

E, dulcis in fundo, è proprio il caso di dirlo, un gelato mette felicità. Secondo uno studio di qualche anno fa dell’ Università di Amsterdam aiuta a rilassarsi e porta buonumore.

Per orientarsi tra gusti e calorie ecco alcuni esempi:

  • Sorbetto al Limone 120 calorie
  • Gelato alla fragola ha 120 calorie
  • Gelato alla frutta 135 calorie
  • Gelato a Fiordilatte 174 calorie
  • Gelato alla vaniglia ha 180 calorie
  • Gelato alla nocciola ha 185 calorie
  • Gelato alla panna ha 185 calorie
  • Gelato o Coppa al caffè 196 calorie
  • Gelato al pistacchio ha 200 calorie
  • Biscotto a due gusti 217 calorie
  • Cono panna e cioccolato 233 calorie
  • Gelato al cocco ha 240 calorie

A queste bisogna aggiungere le circa 20 calorie della cialda di un cono, quelle artigianali qualcuna in più (circa 35-40)

N 101


N.101

Sono ben 101 le proprietà benefiche delle Ciliegie accertate fino ad oggi. L’ultima, in ordine di tempo, è il potere sedativo.

 

 

 

 

 

 

ciliegie1

Addio camomilla, dunque, almeno d’estate meglio preferire le ciliegie. Consumarne una coppetta aiuta a dormire e rilassarsi. Grazie alla presenza di calcio e oligominerali (magnesio, zinco e rame) le ciliegie hanno un potere sedativo che blocca lo stress e aiuta a dormire meglio. Tutto questo grazie alla melatonina, un ormone naturale prodotto dal nostro organismo e presente in alimenti come l’avena e le ciliegie appunto che agisce sull’ipotalamo e ha la funzione di regolare il ciclo sonno-veglia. Una conferma delle proprietà rilassanti delle ciliegie arriva da uno studio pubblicato sul «Journal of Sleep Research and Sleep Disoders» che ha mostrato come il consumo di visciole prima di andare a letto abbia aiutato i partecipanti al test a dormire in modo più naturale e veloce. Non solo. Grazie anche alla presenza di numerosi sali minerali e micronutrienti, questo frutto tardo-primaverile ha anche un effetto tonico sul sistema nervoso, contribuendo a rigenerare il tessuto migliorandone il funzionamento in termini di attenzione e memoria. Fonte naturale di benessere, la ciliegia è composta per l’80% circa da acqua, zuccheri, vitamine A e C, potassio, fosforo, calcio, ferro, sodio e magnesio. Un concentrato di energia, il cui consumo è indicato anche per i diabetici: le ciliegie, infatti, contengono levulosio, uno zucchero che non ha alcun tipo di controindicazioni per questo tipo di patologie. Dolci, dunque, ma ipocaloriche: in 100 grammi di polpa si contano solo 63 calorie circa. Un frutto che accontenta davvero tutti: la presenza di flavonoidi, infatti, aiuta anche nella lotta contro i radicali liberi, svolgendo un ruolo primario nel processo di invecchiamento delle cellule del nostro organismo. Elencarne tutte le proprietà benefiche è quasi impossibile. Val la pena, però, ricordare anche l’alto contenuto di fibre che aiuta la regolarità intestinale e nel contrastare la stipsi, oltre a contenere una buona quantità d’acqua che le rende dissetanti e reidratanti. Depurative, disintossicanti, energetiche, diuretiche, antireumatiche, rinfrescanti e utili per alzare le difese immunitarie, le ciliegie sono buone da gustare ma anche tanto tanto salutari.