ALBERTONE E LA PASTA ASCIUTTA

3 anno fa di in Virgolettati Tagged: , , ,

Una penetrante lettura, in chiave satirica, dei costumi dell’Italia del dopoguerra che mette in evidenza in maniera brillante il mito esterofilo dell’America, è il celebre film del 1954 Un americano a Roma, diretto da Steno.

Tra le varie disavventure che il giovane Nando, interpretato da Alberto Sordi, ha nel corso del film resta memorabile la scena cult della sua “guerra” al maccherone che la mamma, da brava donna italiana, ha lasciato al figlio.

Il mitico Albertone, che sogna gli USA come un miraggio, si divide tra la tentazione degli spaghetti al pomodoro e di una buona bottiglia di Lambrusco e la cucina made in Usa, fatta di yogurt, latte e mostarda.

Nando prima disdegna la pasta ma poi vi si accanisce con grande appetito, dimostrando di preferire senza alcun dubbio le buone anche se  “antiche” abitudini italiane, alle insulse mode “estere”. Una scena, senza dubbio, simbolo nel mondo del buon cibo italiano, ma in primis dei maccheroni!

Li mangia tutto il mondo, sono ormai entrati nel dizionario di tutte le lingue, eppure sino ad ora nessuno è riuscito a scoprire dove siano stati prodotti per la prima volta; considerati però così italiani che si da per scontata la loro scoperta proprio nella nostra Penisola.

C’è chi sostiene che i maccheroni siano nati in Cina, dal momento che anche Marco Polo nel suo “Milione” ne fa riferimento esplicito. Ma se fosse così, da dove ha origine il loro nome? Quasi certamente in Grecia. Maccherone potrebbe, infatti, derivare dall’aggettivo “makros” cioè lungo e da “màkares”, che vuol dire beati, riferendosi ai defunti per i quali si preparavano maestosi banchetti nei quali le paste a base di farina la facevano da padrone.

Partendo dalla Cina, attraverso la Grecia, giungiamo a quello che comunemente è considerato il luogo di nascita del maccherone: Napoli, ex colonia greca. Tra un po’ ci ritorneremo.

Proprio perché la pasta, e ancor più la pasta asciutta, ha origini misteriose, è interessante riportare la meravigliosa leggenda che Matilde Serao, scrittrice e giornalista italiana di fine ‘800, elaborò per raccontarne l’origine. Narra la scrittrice che “nel 1220, regnando Federico II di Svevia, re di Napoli e di Palermo, viveva all’ombra del Vesuvio in contrada Posanova, il misterioso mago Chico. Abitava in una casa malfamata: uno strozzino al primo piano, una donna di facilissimi costumi al secondo, ladri esperti al terzo, questi erano i coinquilini di Chico, il quale viveva in due stanzette all’ultimo piano, che non apriva mai al bel sole di Napoli. Il mago passava le sue giornate facendo cose misteriose, ciabattando di continuo tra la cucina e la stanza da letto. Più d’uno asseriva di averlo visto talvolta tutto bianco come un lenzuolo, con strani strumenti in mano, chi dinanzi ad una grande pentola in ebollizione. Altri, ancora, narravano d’averlo visto con le mani lorde di sangue fino al gomito. Nel portone accanto al suo, anche lei all’ultimo piano, viveva Jovannella, giovane cuoca alla corte di re Ferdinando. Pettegola oltre ogni dire, la donna cercava da anni di scoprire a che cosa stesse armeggiando Chico. E un bel giorno, attraverso la fessura di una porta che non chiudeva bene, Jovannella riuscì a scoprire a che cosa servivano le erbe aromatiche e i pomodori che il fedele servo di Chico acquistava quotidianamente al mercato: per preparare una salsa da spargere su una pasta preparata in casa. Detto fatto, Jovannella corse a corte e propose al primo cuoco del re di lasciarle preparare un piatto segreto. Inutile dire che la sua ricetta esclusiva ebbe un enorme successo e che, in poco tempo, l’astuta cuoca divenne ricchissima e amata da tutti”.

La leggenda sarà anche inverosimile (la coltivazione dei pomodori fu portata in Europa dopo la scoperta dell’America, due secoli abbondanti dopo), ma l’insistenza con cui i napoletani difendono l’ambigua paternità della pasta è dettata dal fatto che, chiunque l’abbia inventata, sono stati proprio loro a perfezionarla in maniera tale da far confluire su questo piatto i palati golosi e buongustai di tutto il mondo.

Certo è che a Napoli, comunque, i maccheroni erano un piatto già conosciuto nel Seicento, al tempo dei viceré spagnoli. Proprio in quell’epoca subentrarono, come vivanda popolare, alla minestra maritata, fino a quando le donne napoletane non impararono a fare la pasta in casa e i maccheroni iniziarono ad essere considerati cibo da ricchi, perché andavano acquistati e pagati in contanti.

Ma come preparare gli spaghetti al pomodoro che vedendo la scena del film fanno venire un’inevitabile acquolina in bocca?

È semplice: far soffriggere la cipolla, tagliata fine, in un fondo d’olio insieme ai filetti di pomodoro (che vanno spellati, privati di seme e tagliati a liste sottili). Salare il tutto e scottare la polpa a fuoco vivo. Poi abbassare la fiamma e lasciar cuocere per 10 minuti, un quarto d’ora al massimo. Cuocere la pasta in acqua salata. Il basilico può essere aggiunto nell’ultima fase di cottura del sugo o meglio crudo sulla pasta condita. Se piace, aggiungere in ultimo una spolverata di parmigiano grattugiato.

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