LA PROCESSIONE DEL VENERDÌ SANTO PIÙ ANTICA D’ITALIA: A CHIETI TRA SUGGESTIONI E SAPORI INTENSI

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Chieti_Cattedrale di San Giustino

Chieti_Processione del Cristo Morto

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Parco della Majella

La sera del Venerdì Santo, Chieti fa da sfondo alla processione del Cristo Morto più antica d’Italia, un rito toccante e suggestivo che si ripete, quasi ininterrottamente, dall’842 d.C. Ogni anno sono tanti i turisti che arrivano nella cittadina per assistere alla storica rievocazione della Passione, ma anche per trascorrere qualche giorno tra le bellezze dell’Abruzzo e assaporare le tradizioni gastronomiche locali. Come la “colazione salata” di Pasqua. Si consuma a metà mattina, prima del pranzo, ed è a base di fiadoni, uova sode e salumi locali.

I fiadoni, una delle specialità abruzzesi, sono dei grossi ravioli al forno farciti con rigatino grattugiato – un formaggio simile al pecorino ma più delicato –, uova battute, pepe e noce moscata, che le famiglie si scambiano come dono durante la Settimana Santa. Tra i salumi che si mangiano nei giorni di Pasqua ci sono la Ventricina Vastese, un salame piccante prodotto nell’omonimo borgo della provincia di Cheti, insaccato nello stomaco del maiale; il Salame Aquilano, dalla singolare forma appiattita, e la Mortadella di Campotosto, Presidio Slow Food, che all’interno racchiude una barretta di lardo.

Dopo una ‘colazione’ così abbondante, il pranzo nelle case e nelle trattorie abruzzesi si apre con un buon piatto di maccheroni alla chitarra, i corposi spaghetti tagliati su un attrezzo di legno con sottili fili d’acciaio – simile, appunto, alle corde di una chitarra –, che per l’occasione vengono conditi con ragù di agnello. O, in alternativa, con il rintrocilo, un unico, lunghissimo spaghetto all’uovo, steso a mano senza il matterello, che si mangia con sostanziosi sughi di pecora o di castrato. Tra i secondi, naturalmente, non può mancare l’agnello, cucinato in vari modi: con olive nere e peperoncino, cacio e ovo – cotto con vino bianco, un po’ d’acqua, erbe aromatiche e servito con uova battute e pecorino – oppure al forno con patate e alloro.

Maccheroni alla chitarraAgnello cacio e uovaPizza dolce di Pasqua

Accanto alle pietanze di terra, poi, i ristoranti di Chieti propongono anche quelle di mare, preparate con il pescato dell’Adriatico, come il famoso e prelibato brodetto vastese – scorfano, tracina, triglie, seppie, nasello, scampi, calamari, cotti con peperoncino piccante e pomodoro fresco – o l’umile scapece chietina, antico cibo dei pescatori, fatta con pezzi di palombo o razza infarinati, fritti e marinati con aceto e zafferano. E per chiudere il pranzo della festa ci sono i dolci semplici e golosi della pasticceria regionale: la pizza di Pasqua, un soffice pane aromatizzato con semi di anice, uvetta, cedro e cannella, e i deliziosi ‘pupe e cavalli’, biscottini alla farina di mandorle e cacao ricoperti con una glassa al cioccolato che le nonne abruzzesi preparano il Giovedì Santo e regalano ai nipotini – le ‘pupe’ alle femminucce e i ‘cavalli’ ai maschietti.

 

La processione del Cristo Morto

La processione del Cristo Morto di Chieti ebbe inizio nell’842 d.C. – con quella di Orte, nel viterbese, si contende il titolo di processione più antica d’Italia –, anno in cui fu ricostruita la Cattedrale di San Giustino, distrutta nell’801 durante un incendio appiccato alla città dal re Carlomanno. Dal XVII secolo è organizzata dall’Arciconfraternita del Sacro Monte dei Morti, nata ai primi del Seicento.

Il percorso prende il via alle 19.00 del Venerdì Santo, dalla piazza antistante la cattedrale, e attraversa le stradine del centro storico di Chieti, illuminate soltanto dalla luce delle fiaccole e dei ceri posti su tripodi di legno, per fare ritorno in chiesa a tarda notte. Lungo il cammino i membri delle diverse confraternite cittadine, vestiti con tunica e cappuccio, portano in spalla i “trofei”, ovvero i simboli della Passione: l’Angelo che raccoglie il sangue di Gesù, la Colonna a cui fu legato, le Lance, il Volto Santo, il Sasso (una scultura con i dadi, la tunica, lo scettro, la corona di spine, un catino e una brocca, in ricordo di Pilato che si lavò le mani), la Scala con le tenaglie e i chiodi e la Croce. Subito dopo sfilano le splendide statue lignee del Cristo Morto, una scultura napoletana del Settecento adagiata su un prezioso velo trapuntato di gioielli, e dell’Addolorata, che indossa un abito nero ricamato con fili d’oro. L’atmosfera, molto suggestiva – tanto che Gabriele D’Annunzio la definì “una fontana di lacrime” –, è resa ancora più cupa dal suono della troccola, uno strumento di legno che sostituisce le campane per tutta la Settimana Santa, e dalle note del Miserere di Saverio Selecchy, musicista teatino del XVIII secolo, eseguite dal coro della Cattedrale e da un’orchestra di 150 archi.

La città fondata da Achille

Secondo la tradizione Chieti fu fondata nel 1181 a.C. dall’eroe greco Achille, che in onore della madre la chiamò Teate – gli abitanti della città, infatti, sono tuttora detti ‘teatini’. Furono i romani a darle la prima sistemazione urbanistica: le testimonianze di quell’epoca sono ancora visibili nei resti dei Templi Romani, costruiti durante l’età giulio-claudia, e dell’Anfiteatro di Teate Marrocinorum del I secolo d.C., inglobato nella più ampia area archeologica della Civitella.

Situata a circa 300 metri sul livello del mare, tra il litorale adriatico e i massicci della Majella e del Gran Sasso, Chieti occupa una posizione strategica che permette di raggiungere le aree verdi più belle della regione: il Parco Nazionale della Majella, con le sue vette che superano i 2500 metri, e il Parco Nazionale d’Abruzzo, che si estende fino al Lazio e al Molise.

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