LE “STRATEGIE” DEGLI ITALIANI CONTRO LO SPRECO DI CIBO

2 anno fa di in Buoni&Bravi Tagged: , , , , , , , ,

Lettura etichetteGli italiani sono sempre meno spreconi di cibo. Riutilizzano gli avanzi di pranzo o cena, al ristorante richiedono la doggy bag per portare a casa il cibo o la pizza rimasta nel piatto e sono sempre più attenti alle date di scadenza presenti in etichetta! Il dato emerge da un’indagine Coldiretti/Ixè presentata qualche giorno fa a Expo, durante il convegno “Surplus Food Managemente Waste. Il recupero delle eccedenze alimentari: dalle parole ai fatti”, promosso dal Politecnico di Milano e dal Banco Alimentare. Ben il 60% della popolazione adotta ‘strategie anti-spreco’ per evitare di far finire nel cassonetto pane, latte, frutta, verdura, alimenti già cotti.

Un altro dato positivo, che va nella stessa direzione del consumo consapevole, è l’aumento di coloro che fanno la spesa a chilometro zero, acquistando frutta e ortaggi nei cosiddetti mercati del contadino organizzati periodicamente da nord a sud della Penisola, dai piccoli contadini ‘di fiducia’ o nelle aziende e tenute agricole fuori città. Nel 2014 sono stati ben 15 milioni. Una scelta che si rivela intelligente su più fronti: i prodotti della filiera corta, infatti, non percorrendo lunghe distanze per viaggiare da una località all’altra, sono meno inquinanti e al tempo stesso più freschi, mantenendo inalterate per giorni le proprie caratteristiche organolettiche.

Pizza di maccheronimeatballsQuando dalla cena della sera precedente o dagli abbondanti pranzi della domenica avanzano primi e secondi, le famiglie del Belpaese li riciclano con creatività: invece di scaldarli e mangiarli così come sono, li trasformano in golose polpette e sformati. In molti si divertono a riscoprire antiche ricette regionali, come i canederli, gnocchi di pane raffermo diffusi tra Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia, impastati con uova e speck e cotti in brodo, la ribollita toscana, corroborante zuppa invernale preparata tradizionalmente con i fagioli e il cavolo nero già cotti – ‘ribolliti’, ovvero bolliti due volte – o la frittata di maccheroni partenopea, buonissima sia fritta che al forno, nella versione classica con gli spaghetti – o meglio, con i vermicelli – e in quelle nuove con i rigatoni, le penne, persino con i tortellini.

Pure al supermercato e al ristorante aumentano i gesti responsabili: tra gli scaffali, in molti leggono attentamente le etichette per evitare di ritrovarsi, dopo pochi giorni dalla spesa, con prodotti in scadenza o già scaduti, e durante le cene fuori casa un italiano su tre “non ha problemi a portarsi a casa gli avanzi con la cosiddetta doggy bag, fanno sapere da Coldiretti. Anche se “una fetta rilevante della popolazione (24 per cento) quando va a mangiare fuori lascia sulla tavola gli avanzi semplicemente perché si vergogna di chiederli”: per questo la ristorazione italiana si sta attrezzando con confezioni e vaschette ad hoc messe a disposizione dei clienti senza alcuna richiesta da parte loro, “per evitare imbarazzi” e incoraggiare il recupero dei piatti avanzati.

 

In Italia i numeri dello spreco sono ancora troppo alti

Nonostante l’aumento del senso di responsabilità, la situazione degli sprechi domestici resta ancora preoccupante, con “ben 76 chili di prodotti alimentari” che, in media, vengono annualmente buttati via da ciascun italiano. Ma il problema delle eccedenze in Italia non riguarda soltanto i consumatori: nel corso dell’incontro a Expo è emerso che la quantità complessiva di cibo che, nel nostro Paese, finisce tra i rifiuti ogni anno è pari a 5,1 tonnellate, per un valore di 13 miliardi di euro. Lo spreco alimentare viene generato in parte (53%) dalle aziende della filiera, in parte dal consumatore (47%), si legge nel rapporto “Indagine sullo spreco alimentare in Italia” realizzato dal Politecnico con il Banco Alimentare. In particolare, il cibo generato dal settore primario fino ad arrivare alla ristorazione è ancora buono per il consumo e potrebbe essere recuperato e destinato ai 4 milioni di persone che in Italia si trovano in condizioni di bisogno. Secondo Andrea Giussani, presidente Fondazione Banco Alimentare, “basterebbe una legge per recuperare in un anno 2 miliardi di euro di cibo. Si tratterebbe di un provvedimento a costo zero” per semplificare “il processo di donazione delle aziende”.

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