“SI MANGIA PER STRADA PER NECESSITÀ, PER FARE IN FRETTA, PER RISPARMIARE”

1 anno fa di in Virgolettati

“Si mangia per strada per necessità, per fare in fretta, per risparmiare”

Gigi e Clara Padovani

Il cibo di strada si trova e ha successo in tutto il mondo: riempie lo stomaco, è facilmente reperibile, consente di mangiare e bere in una breve pausa di lavoro, costituisce un pasto informale senza le regole ingessate dei ristoranti, costa poco.

Thai Street HawkerAllo street food Gigi e Clara Padovani, coppia di food writing piemontesi, lui giornalista, lei ex docente di matematica, hanno dedicato un libro “Street food all’italiana” che in poco più di due anni è considerata la più importante opera sul tema. “Si mangia per strada, da secoli, per necessità, per fare in fretta, per risparmiare. Ma anche per il piacere di condividere un’esperienza con persone che, dietro al banco, sono lì tutti i giorni a fare il loro lavoro con passione e impegno”. si legge nelle prime pagine del libro. “Friggono panelle, crocché, olive all’ascolana, arancine. Fanno sobbolire carni, polpi, interiora del quinto quarto. Riempiono teglie con impasti segreti a base di farina di grano o di ceci. Sfornano focacce, farinate, sfoglie, babà, zeppole. Controllano frigoriferi ansimanti per offrire, ben fresche, gazzose, birre artigianali, tè freddo, granite e gelati. Accudiscono i carboni per le griglie sulle quali sfrigolano arrosticini, stigghiole, bombette, polpette. Sono gli eroi del cibo di strada”.

Il libro di Gigi e Clara Padovani è dedicato a loro, ancor prima che ai cibi di strada. “Maccheroni e pizza, simboli della cucina italiana, sono nati come cibi di strada. Lo street food non è una prerogativa soltanto di New York per i carrettini di hot dog, di Istambul per i chioschi di kebab o di Parigi per le Crêperie su boulevard. Gli scavi di Pompei (la città distrutta dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.) hanno dimostrato che esistevano ben 89 Thermopolia, botteghe che vendevano manicaretti caldi. Nella Roma imperiale, dopo lo jentaculum, la prima colazione, era in uso non mangiare il prandium (il pranzo) a casa: andavano per la maggiore i fichi impastati con sesamo, anice, semi di finocchio e cumino importati dall’Oriente; nei quartieri c’erano figure ben precise di venditori specializzati: l’insiciarius per le polpette, il crustularius con i rustici di pasta lievitata, il pistor dulciarius con le dolci preparazioni di pasticceria”.

Il vero street food, però, è quello legato alle tradizioni del territorio, che ne segue le indicazione nella preparazione dei prodotti, che utilizza materie prime di qualità. “Oggi è di gran moda parlare di cibo di strada, senza però rivalutare le tradizioni locali che l’hanno originato. Girando l’Italia alla ricerca delle tradizionali ricette dello street food nazionale, abbiamo avuto il privilegio di scoprire una realtà gastronomica viva” – concludono i due esperti – “Ci sono rimasti negli occhi e nel cuore i colori di quelle vivande: abbiamo cercato di trasmetterli con le nostre fotografie, scattate sulle strade dell’Italia. Per quanto riguarda i profumi, potete sentirli voi: provando le ricette”.

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