Archivi tag: emilia romagna

SFOGLIA SOFFICE E CUORE DI PARMIGIANO: LA GOLOSITÀ DELLE CHIZZE REGGIANE

[vc_column_text width=”1/1″ el_position=”first last”]

Chizze reggianeNella ricchissima tradizione dei cibi di strada dell’Emilia Romagna, tra piadine e tigelle, gnocchi fritti, crescentine e borlenghi, ce n’è un altro meno celebre ma ugualmente goloso: è la “chizza” – che nel dialetto locale vuol dire focaccia –, un soffice triangolo di impasto fritto con un cuore di Parmigiano Reggiano fuso. Uno street food semplice e davvero prelibato, difficile però da trovare nei bar e nelle friggitorie di Reggio Emilia, che ormai viene preparato soltanto da poche trattorie e osterie: tra i locali in cui è possibile assaggiarlo c’è la “La Bettolina”, un ristorantino casereccio di Vezzano sul Crostolo, borgo delle colline reggiane, dove viene servito accanto agli immancabili affettati regionali, dal Prosciutto di Parma alla Coppa Piacentina. Continua a leggere

QUATTRO MORBIDE SFOGLIE FARCITE COL SAVÒR: LA COLOMBA PASQUALE DI PAVULLO

[vc_column_text width=”1/1″ el_position=”first last”]

Colomba di pavullo - Dolci Emilia RomagnaNelle pasticcerie e nelle cucine di Pavullo nel Frignano, sulle colline di Modena, tra il Mercoledì e il Giovedì Santo comincia la preparazione della Colomba, il delizioso dolce di Pasqua tipico di questo borgo dell’Appennino Emiliano. Il nome non deve trarre in inganno, perché con la celebre colomba di Milano quella di Pavullo condivide soltanto la forma: è, infatti, una golosa torta di origine contadina, formata da quattro sfoglie di pasta lievitata e farcita con il Savòr, una composta di mosto cotto d’uva e frutta. Spennellata con un uovo battuto e ricoperta da granelli di zucchero, viene cotta in forno e gustata fredda, tagliata a fette sottili, al termine del ricco pranzo modenese della domenica di Resurrezione, a base di lasagne verdi (o tagliatelle) con besciamella e ragù, agnello arrostito con i piselli o, in alternativa, coniglio alla cacciatora. Continua a leggere

LA GASTRONOMIA CREATIVA DI PARMA DIVENTA PATRIMONIO DELL’UNESCO

[vc_column_text width=”1/1″ el_position=”first last”]

Parma_Parco DucaleRiflessi autunnali in citt (Parma)Colline parmensi

Le paste ripiene e i salumi, da quelli celebri come il Crudo, la Coppa e il Salame Felino, ai meno noti, come la Spalla di San Secondo, che era gradita a Giuseppe Verdi. E poi il pregiato Fungo porcino di Borgotaro, il pomodoro, la polenta, i vini come il Barbera e il Bonarda. E naturalmente il Parmigiano Reggiano, simbolo del made in Italy nel mondo. Parma è uno scrigno unico di sapori e una delle capitali internazionali del mangiare bene: per questo l’Unesco l’ha proclamata “Città creativa per gastronomia”, riconoscendo il valore del suo immenso patrimonio culinario, frutto della felice posizione geografica – tra la pianura del Po e i colli appenninici –, ma anche del lavoro di norcini, casari, agricoltori che qui hanno saputo far nascere specialità famose ben oltre i confini della Penisola. Continua a leggere

IL “NOBILE” PAMPEPATO FERRARESE

[vc_column_text width=”1/1″ el_position=”first last”]

Panpepato ferrareseGià apprezzato alla mensa degli Estensi nel XVI secolo, il Pan Pepato (o Pampepato) è il dolce simbolo di Ferrara e al tempo stesso una delle più golose specialità che la nostra Penisola offre nel periodo natalizio. Chiamato anche “Pampapato” – il suo aspetto ricorda infatti quella della papalina, il copricapo dei pontefici –, è da sempre considerato un dolce nobile, perché fatto con ingredienti pregiati che in passato soltanto le famiglie più agiate potevano permettersi: mandorle tostate, cacao, cedro candito, scorze di arancia, limone e mandarino, zucchero o miele, che vengono mescolati con farina e acqua fino a ottenere un composto dalla consistenza robusta. Continua a leggere

CHISOLA COI GRASEI, LA FOCACCIA PIACENTINA CON I CICCIOLI

[vc_column_text width=”1/1″ el_position=”first last”]

araldo.blog.tiscali.it

araldo.blog.tiscali.it

Morbida, dorata e fragrante, è tra più succulenti e longevi cibi di strada della tradizione dell’Emilia. La Chisola è una specialità di Borgonovo, un borgo immerso nel verde della Val Tidone, la valle del piacentino attraversata dal torrente omonimo: una focaccia impastata con farina, acqua, lievito e arricchita dai ciccioli di maiale, i grasei nel dialetto di Piacenza. Una schiacciata umile ma saporitissima e sostanziosa, che per secoli ha sfamato i contadini al lavoro nelle campagne nei dintorni di Piacenza: i ciccioli, ottenuti durante la lavorazione dello strutto, erano, infatti, un ingrediente ‘di recupero’ che non mancava mai nelle case più povere. È molto buona anche fredda, ma l’ideale è assaporarla appena tirata fuori dal forno, quando è calda e sofficissima. Continua a leggere

GRANI E MELOGRANI, A ORIOLO DEI FICHI LA BIODIVERSITÀ ROMAGNOLA

[vc_column_text width=”1/1″ el_position=”first last”]

Torre Oriolo dei FichiPiazza del Popolo in Faenza, Italycampagna romagna

Il Senatore Cappelli, l’Ardito e il Gentil Rosso, tre antiche varietà di grano ormai quasi scomparse, e il Melograno Grosso di Faenza, che può raggiungere i due chili di peso. E poi il pregiato Olio di Brisighella, fruttato e aromatico, e il vino rosso Centesimino, dal sapore intenso ed equilibrato. Sono le eccellenze che nascono nelle campagne attorno a Oriolo dei Fichi, un piccolo nucleo abitato a pochi chilometri da Faenza, dove gli agricoltori locali stanno attuando da alcuni anni un importante progetto di valorizzazione della biodiversità, recuperando coltivazioni a lungo dimenticate, per la creazione di una filiera alimentare sostenibile. Continua a leggere

ACETAIE APERTE, A MODENA NEI LUOGHI DELL’ORO NERO

[vc_column_text width=”1/1″ el_position=”first last”]

Acetaia per aceto balsamico di ModenaModena_Palazzo ComunaleAppennino Romagnolo

Entrare in un’acetaia è come ritrovarsi in un luogo quasi fuori dal tempo. In queste soffitte, appartenenti alle ville di campagna e ai palazzi in cui in passato viveva la nobiltà modenese, lunghe fila di botti avvolte nel silenzio e nella penombra custodiscono per anni l’Aceto Balsamico: è qui che l’Oro Nero invecchia, ‘influenzato’ dal profumo del legno e dall’alternarsi delle torride estati emiliane con gli inverni rigidi, prima di arrivare sulle nostre tavole con il suo inconfondibile sapore e con un aroma unico al mondo. Continua a leggere

MORBIDA E DAL GUSTO INTENSO, LA SALAMA DA SUGO DI FERRARA

[vc_column_text width=”1/1″ el_position=”first last”]

I ferraresi alla Salama non rinunciano neanche d’estate. Il più classico dei salumi invernali, anche perché molto calorico, consumato generalmente appena esce dall’acqua bollente, nei territori estensi nel periodo più caldo dell’anno si gusta, appena raffreddato, col melone o con i fichi, due accoppiamenti storici (e poveri) che oggi sono diventati gourmet. Continua a leggere

TURTEI CUN LA CUÀ, I TORTELLI PIACENTINI CUCINATI PER PETRARCA

[vc_column_text width=”1/1″ el_position=”first last”]

Fagottini di pasta all’uovo che avvolgono un delicato ripieno di ricotta, spinaci (o bietole) e un pizzico di noce moscata: i tortelli ‘di magro’ – chiamati così perché nel ripieno non c’è macinato né prosciutto – sono tra le ricette più apprezzate della cucina italiana, immancabili dei ristoranti dell’intera Penisola. Grazie alla farcitura delicata piacciono proprio a tutti, agli adulti come ai bambini, e sono ideali per un pranzo estivo, perché più leggeri di tortellini e ravioli con la carne; c’è chi ama prepararli con le proprie mani o chi preferisce comprarli già fatti nelle salsamenterie o nei negozi di pasta fresca e condirli con un leggero sughetto di pomodoro fresco e basilico o con il più impegnativo ragù. Continua a leggere

A FORLIMPOPOLI PER LA FESTA ARTUSIANA

[vc_column_text width=”1/1″ el_position=”first last”]

www.festartusiana.it

www.festartusiana.it

A Forlimpopoli torna la Festa Artusiana, nove giorni di degustazioni sulle tracce lasciate dal grande gastronomo e scrittore Pellegrino Artusi, autore nel 1891 di uno dei più famosi libri di gastronomia, La scienza in cucina e l’arte di mangiare bene, considerato il grande sostenitore dell’Unità d’Italia a tavola. Dal 20 al 28 giugno, la cittadina in provincia di Forlì-Cesena diventa la capitale della cucina italiana. Continua a leggere

CARNEVALE: LE 3 FACCE DEL MIGLIACCIO DOLCE

Il Martedì Grasso, in diverse località del Belpaese, non può mancare un dolce dalle origini lontane, che ci porta indietro nel tempo di almeno cinquecento anni: il migliaccio. Una prelibatezza che troviamo nelle cucine della Toscana, dell’Emilia Romagna e della Campania, ma che in ciascuna delle tre regioni assume tratti unici e caratterizzanti.

Migliaccio toscanoNel pistoiese il migliaccio è una torta sottile simile a una crêpe, a base di brodo e sangue di maiale, mescolati con farina, uova sbattute, scorza di limone e arancia: il composto ottenuto, dalla consistenza semiliquida, viene cotto in una padella unta con un po’ di lardo ‘vergine’, mai utilizzato prima. Questo dolce in passato era preparato da novembre fino a Carnevale, nel periodo della macellazione dei suini, quando il sangue veniva raccolto e cucinato prima che si coagulasse, diventando inutilizzabile. Era quindi una specialità popolare, nata nelle case più umili, dove del maiale non veniva scartato niente, neppure il sangue, considerato al contrario un alimento nutriente e sostanzioso.

Più ricca la variante senese: un impasto che ha per protagonisti tre prodotti tipici della terra toscana, il panforte, i cavallucci e il pane sciocco, sbriciolati e lasciati disfare completamente nel brodo di maiale, aromatizzato con bucce di arancia e limone, spezie miste, canditi e un pizzico di vaniglia. Anche in questo caso la ricetta prevede il sangue suino, che viene aggiunto alla fine, insieme ad un uovo e a un po’ di farina per addensare. Dal composto si ricavano delle tortine schiacchiate, fritte in olio o nello strutto.

Migliaccio emilianoIn Emilia Romagna il migliaccio è chiamato miàz o sanguinaccio: quest’ultimo termine lascia già prefigurare quale sia il tocco ‘segreto’ di questa specialità. Il migliaccio emiliano è un dolce cotto in forno, nell’aspetto simile a una crostata, ma dal sapore più forte: la sfoglia è una pasta matta di acqua e farina, farcita con una crema ottenuta con sangue di maiale, cioccolato fondente, cacao, latte, canditi, uova e pangrattato.

Le tre versioni del migliaccio, pistoiese, senese ed emiliana, condividono quindi l’impiego di questo ingrediente che a noi consumatori “moderni” fa storcere un po’ il naso, senza contare che la commercializzazione del sangue oggi è vietata dall’Asl, perciò è davvero difficile trovare qualcuno che cucini questa pietanza secondo il procedimento originale.

Ma c’è anche una quarta ricetta, quella campana, completamente diversa dalle precedenti: è a base di semolino, ricotta, uova, latte, zucchero, vaniglia, un pizzico di cannella, cedro e aroma di millefiori, che vanno mescolati lentamente sul fuoco; il composto deve essere poi infornato per un’ora circa, fino a diventare di un invitante colore dorato. In qualche famiglia c’è la consuetudine di aggiungere pure i capellini o capelli d’angelo, sottilissimi spaghetti che rendono il dolce più corposo.

ricette.giallozafferano.it

ricette.giallozafferano.it

Anche qui, tuttavia, in passato il migliaccio non era altro che un miscuglio di sangue di maiale e farina di miglio – da cui il nome. La coltivazione di questo cereale, infatti, era diffusissima in Campania.

Il merito di aver trasformato un dolce così umile – tanto da essere soprannominato la “pastiera dei poveri” – in quello raffinato che conosciamo va ai monasteri partenopei, un’autentica fabbrica di prelibatezze, dove nacquero altri capolavori della pasticceria locale come gli struffoli e le sfogliatelle. Il sangue suino, oltre che popolare, era considerato ‘impuro’, e così le suore lo abolirono; sostituirono poi la misera farina di miglio con il semolino (la semola di frumento) e impreziosirono il tutto con la ricotta, che donava cremosità. Per profumare, aggiunsero canditi, vaniglia, cannella e acqua di millefiori, dall’aroma celestiale.

Non sappiamo quando la nuova versione del migliaccio cominciò a circolare nei conventi napoletani, sta di fatto che alla fine del 1500 era già radicata in città, come testimonia il marchese e poeta Giovanni Battista del Tufo, figlio dei nobili Fabrizio e Lucrezia Carafa, nel suo Ritratto o modello delle grandezze, delle letizie e meraviglie della nobilissima città di Napoli: “Con due caci egli è fatto, ambi grattati, molto ben rimischiati, cocozza, uovi, ricotta e provatura, ponendo la mistura nell’acqua calda; insogna, acqua che odora, e con pepe qualch’altra spezia ancora, e zuccaro, garofani e cannella”.

LA “SPOJA LORDA” DELL’EMILIA

[vc_column_text width=”1/1″ el_position=”first last”]

Minestra imbottita romagnola - Primi Emilia Romagna

La “minestra imbottita”, una delicata pasta all’uovo ripiena di formaggio cremoso, cotta in brodo di cappone o gallina, è il piatto tipico di Brisighella, un delizioso borgo medievale della provincia di Ravenna, che sorge alle pendici dell’Appennino Tosco-Romagnolo, nella valle attraversata dal fiume Lamone. L’impasto è uguale a quello della classica sfoglia emiliana – 100 grammi di farina e un uovo intero –, da cui hanno origine tagliatelle, tortellini, cappellacci, ravioli, lasagne e altre specialità che hanno reso famosa la gastronomia di questa regione nel mondo. Continua a leggere

PISAREI E FASÒ DELLA VAL D’ARDA

[vc_column_text width=”1/1″ el_position=”first last”]

Pisarei e fasòL’inverno è la stagione ideale per gustare un fumante piatto di pisarei e fasò, una corroborante ricetta che arriva dalle cucine dell’Emilia Romagna, in particolare da quelle del piacentino. È originaria della Val d’Arda, attraversata dal torrente omonimo, un territorio incontaminato e ricco di pascoli dove nascono salumi rinomati come il lardo – gras in dialetto – aromatizzato con le spezie, la coppa, la pancetta, ma anche le mandorle, il tartufo bianco e nero e, naturalmente, i fagioli, protagonisti di questa pietanza. Continua a leggere

STROLGHINO DI CULATELLO, IL SALAME DALL’ANIMO DELICATO

[vc_column_text width=”1/1″ el_position=”first last”]

Strolghino di culatelloHa un animo gentile, una consistenza morbida e un sapore dolce e delicato, che lo fanno apprezzare anche da quanti non amano i gusti troppo decisi, il Salame Strolghino, una specialità della feconda tradizione norcina emiliana, che ha origine tra Parma e Piacenza. È considerato il fratello minore del Culatello: si ricava, infatti, dalla sua rifilatura, con le parti più magre e pregiate del maiale. Continua a leggere

LE RICETTE DEL NATALE: PANONE DI MOLINELLA

[vc_column_text width=”1/1″ el_position=”first last”]

Panone di MolinellaTra le bontà della tradizione natalizia emiliana ce n’è una golosissima, originaria di Molinella, nella bassa pianura bolognese, e tutelata dalla Denominazione Comunale di Origine (De.C.O.). Continua a leggere

ZAMPONE DI MODENA, IL SALUME DELL’ALLEGRIA

[vc_column_text width=”1/1″ el_position=”first last”]

ZamponeSe volete allegria, mangiate modenese, lo zampone dà gioia ad un animo triste”, consigliava Émile Zola ai suoi lettori. Evidentemente lo scrittore francese apprezzava molto la cucina romagnola, in particolare il robusto insaccato – dal 1999 tutelato dal marchio IGP – che qui viene prodotto da oltre cinquecento anni, con parti magre e cotenna di maiale accuratamente selezionate, insaporite con aromi naturali e infilate dentro la pelle della zampa anteriore suina. Continua a leggere

I CAPPELLACCI DI ZUCCA VIOLINA DI FERRARA

[vc_column_text width=”1/1″ el_position=”first last”]

cappellacci di zucca violinaNon solo lasagne, tortellini e tagliatelle al ragù. Nella variegata tradizione della pasta fresca in Emilia-Romagna, accanto a questi succulenti primi ne compare uno delicatissimo, fatto di ingredienti poveri ma nato negli ambienti nobili della Ferrara rinascimentale: i cappellacci di zucca. Questi grossi tortelli ripieni di zucca sono tra i piatti più rinomati e apprezzati della gastronomia ferrarese; ne eguagliano la fama soltanto l’anguilla di Comacchio, la salama da sugo e il celebre panpepato natalizio. Continua a leggere

LA MORTADELLA, IL TERZO SALUME PIÙ CONSUMATO IN ITALIA

[vc_column_text width=”1/1″ el_position=”first last”]

MortadellaDici Mortadella e pensi a Bologna. E così è in tutto il mondo, dove il nome della città è utilizzato come sinonimo del prelibato salume. Per molti, tanti, italiani è legata ai ricordi d’infanzia, quando un panino con la mortadella era il massimo per la merenda. Rigorosamente affettata da una Van Berkel, tra gli anni ’70 e ’80 costava al più 100 lire: alla portata di tutti. Oggi per averlo ci vogliono almeno 2,50 euro. Continua a leggere

IL SALAME “NOBILE” DI FELINO

[vc_column_text width=”1/1″ el_position=”first last”]

Immancabile alla mensa delle più importanti dinastie che regnarono sul Ducato di Parma e Piacenza, dai Farnese (1545-1731) ai Borbone (1748-1860), e amato dalla Duchessa Maria Luigia d’Austria, il Salame di Felino è tra i salumi più pregiati della ricchissima tradizione norcina dell’Emilia. Continua a leggere

L’ERBAZZONE EMILIANO

[vc_column_text width=”1/1″ el_position=”first last”]

ErbazzoneUna sottile e fragrante sfoglia che racchiude un morbido ripieno di verdure, uova e abbondante Parmigiano Reggiano. L’erbazzone è uno dei piatti più caratteristici della ricca e variegata tradizione gastronomica emiliana, fatta di sapori autentici e fortemente legata al mondo contadino.

Questa succulenta torta salata nacque, infatti, nelle abitazioni di campagna nei dintorni di Reggio Emilia, quando era necessario placare l’appetito con quello che la terra metteva a disposizione. Così, dalla fine di giugno sino alla Festa di Tutti i Santi, il 1o novembre, le mogli dei contadini preparavano lo scarpasoùn – così è chiamato l’erbazzone in dialetto reggiano – raccogliendo bietole nei campi e mescolando la parte bianca di questa verdura – chiamata appunto “scarpa” – con uova, aglio tritato, erbette e formaggio; con farina e strutto realizzavano poi due sfoglie che farcivano con il ripieno e cuocevano nel forno a legna, all’interno di un tegame tondo di rame, detto “sol”, il cui diametro poteva superare i 60 centimetri. Continua a leggere

“CASEIFICI APERTI”, A SPASSO NEI CASELLI DEL PARMIGIANO REGGIANO

campagne di ParmaCastello dei Bardi_Emilia Romagnalavorazione parmigiano reggiano

Avete voglia di trascorrere in maniera diversa il prossimo fine settimana? Se abitate nei dintorni di Parma, Reggio Emilia, Modena, Mantova e Bologna o sarete in una di queste località per il ponte del 25 aprile, non perdete Caseifici Aperti, singolare iniziativa promossa dal Consorzio di Tutela del Parmigiano Reggiano: sabato 26 e domenica 27, oltre cinquanta caseifici sparsi tra le cinque province apriranno le porte – gratuitamente – ai consumatori, per mostrare loro il lungo e laborioso processo di produzione del celebre formaggio a pasta dura tanto amato in Italia e all’estero. Una visita guidata straordinaria che si affianca a quelle che è già possibile effettuare nei giorni feriali, su prenotazione, per tutto l’anno.

Parmigiano ReggianoLa “gita al caseificio” sarà un’ottima occasione per ammirare da vicino i luoghi dove nasce il Parmigiano Reggiano, tra Lombardia ed Emilia Romagna, terre ricche di arte, storia e cultura, ma anche di numerose aree verdi protette che sorgono lungo l’Appennino Tosco-Emiliano. È qui che, nel XII secolo, sorsero i primi “caselli”, piccoli edifici a pianta quadrata o poligonale nei quali i casari lavoravano il latte.

Durante il weekend saranno cinquantuno le strutture – venti a Parma, undici a Reggio Emilia, quattordici a Modena, tre a Mantova e a Bologna – aperte ad estimatori e buongustai, che conosceranno così tutte le fasi di lavorazione del Parmigiano, toccando con mano il “legame esclusivo tra prodotto e territorio” – come sottolinea il Consorzio – che rende questo formaggio un’eccellenza della gastronomia italiana apprezzata in tutto il mondo.

In un tour della durata di circa due ore, i visitatori vedranno all’opera i maestri casari, che producono il formaggio utilizzando soltanto latte della zona di origine, caglio naturale e sale, senza alcun additivo, esattamente come nove secoli fa, quando, nei monasteri benedettini e cistercensi di Parma e Reggio Emilia nacque la prima forma di Parmigiano Reggiano. Dopo aver osservato il procedimento di lavorazione del latte, la “spinatura” o rottura della cagliata e la messa in forma, sarà possibile infine visitare i magazzini in cui le forme vengono conservate e acquistare questa prelibatezza direttamente in loco. Previsti in alcuni stabilimenti anche eventi speciali per adulti e bambini.

I visitatori potranno poi condividere la particolare esperienza attraverso i social network del Consorzio di Tutela – che dal 1928 riunisce tutti i caseifici produttori, verifica l’applicazione del disciplinare di produzione e protegge il Parmigiano dai numerosi tentativi di contraffazione –, tramite l’hashtag #caseificiaperti, da utilizzare su Twitter, Facebook, Istagram e Pinterest.

L’elenco dei caseifici aperti è disponibile all’indirizzo www.parmigianoreggiano.it ed è consultabile tramite un dispositivo di geolocalizzazione, specificando la città e la data.

ACETO BALSAMICO, L’ORO NERO DI MODENA

[vc_column_text width=”1/1″ el_position=”first last”]

grana e aceto balsamico

È un’esclusività del made in Italy che il mondo ci invidia. Detto anche Oro Nero per il suo pregio, l’Aceto Balsamico nasce in Emilia Romagna in tempi molto lontani e oggi indica in realtà due prodotti diversi: Continua a leggere

SQUACQUERONE DOP, IL “CREMOSO” GUSTO DEL LATTE

[vc_column_text width=”1/1″ el_position=”first last”]

Una consistenza cremosissima, un autentico aroma di latte e un sapore dolce ma al tempo stesso deciso, con una leggera punta di acidità. Lo Squacquerone di Romagna è una vera delizia per il palato, Continua a leggere

CRESCENTINA, TORTA FRITTA, PINZINO… “IL GNOCCO” FRITTO!

Se la piadina è la regina dello street food emiliano-romagnolo lo gnocco fritto non è da meno. La sua origine risale alla dominazione longobarda, iniziata con l’invasione del 568 d.C., e alla disponibilità di strutto che è l’ingrediente caratterizzante e quello impiegato per cucinarlo, attraverso frittura.

Lo gnocco o come sarebbe più corretto dire “il gnocco” è immancabile sulle tavole dell’Emilia Romagna, da Bologna, dove è chiamato “crescentina”, a Parma, dov’è conosciuto come “torta fritta”, o ancora a Ferrara, dov’è famoso come “pinzino”. Nella zona di Piacenza sono più diffusi il dialettale chisulén o burtléina.

gnocco frittoSe in ogni località della regione lo gnocco ha un nome diverso, sono diverse anche le modalità di cottura e le varianti, realizzate con gli ingredienti più diversi. Il minimo comun denominatore è, invece, il modo di gustarlo: ovunque con i salumi e del buon Lambrusco.

In molte famiglie la ricetta si tramanda da generazioni: la preparazione è molto semplice, ma cucinarlo è un’arte che oggi è tutelata da un rigido disciplinare custodito dalla Confraternita del Gnocco d’Oro, nata a Modena cinque anni fa e formata da gourmet, estimatori e semplici appassionati.

La pasta per produrli viene ottenuta miscelando farina di frumento, sale, strutto e lievito. In alcune versioni storiche c’è anche un po’ di acqua tiepida e l’olio al posto dello strutto, anche per la frittura. Lavorata e poi ridotta in una sfoglia alta pochi millimetri (da circa 2 a 6), la pasta è tagliata in rombi di circa 10 cm di lato, che vengono fritti secondo la tradizione in abbondante strutto bollente.

È buono come companatico o, come viene servito in molti ristoranti, con salumi e formaggi. Ma ai più piace mangiarlo semplice – l’importante è che sia fritto al momento e caldissimo –, anche passeggiando per strada o come spuntino nei momenti di pausa. Molto apprezzato con la mortadella, altra specialità emiliano-romagnola, con il lardo e i ciccioli montanari – fatti con parti grasse e magre del maiale, pressate e aromatizzate con varie spezie –, ma anche con salse e intingoli.

Il Bar Tiffany, il Chiosco L’Insolito, il Caffè del Collegio, tutti a Modena, sono solo alcuni dei locali in cui assaporare questa delizia emiliana. Uno dei templi del gnocco fritto, poi, si trova fuori dai confini regionali, ed è l’Osteria del Gnocco fritto di Milano, un locale caratteristico dove si può gustare la specialità servita in cestini di vimini e accompagnata, come da tradizione, ai migliori salumi italiani.

IL SAPORE SEMPLICE E GENUINO DEI “PASSATELLI”

[vc_column_text width=”1/1″ el_position=”first last”]

Fatti rigorosamente a mano, nelle case contadine, con l’utilizzo di avanzi di cucina, come il pane raffermo, il formaggio indurito, le uova e il midollo di ossa di bue frantumate Continua a leggere