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SOCIAL E RISTORANTE, UN CONNUBIO SEMPRE PIÙ FORTE

foto piatti ristoranteAndare al ristorante e pagare con Instagram? Oggi si può!

Non è un nuovo servizio del social network, una carta di credito da utilizzare contact less, ma l’idea di un ristorante di Milano che sembra molto ispirato a Black Mirror la famosa serie televisiva britannica. In un ristorante di Milano chi ha almeno 5000 follower può ordinare un piatto gratis, quattro piatti per chi ha 10.000 a 50.000 seguaci e otto per chi ne ha tra i 50.000 e i 100.000. Chi riesce a superare anche quest’ultima soglia, si guadagna un pasto all you can eat senza pagare nulla.

Un’idea originale che è in linea con le abitudini rivelate da una ricerca Doxa secondo la quale sono 7 su 10 gli italiani che condividono foto scattate al ristorante.

foto piattiAi primi tre posti della classifica delle foto che i clienti più amano fare al ristorante e postare sui propri social, ci sono proprio i piatti appena usciti dalla cucina, per il 51% delle persone. Le foto della compagnia attorno al tavolo guadagnano il secondo posto, scattate dal 28% delle persone, e immagini generiche all’interno del ristorante che hanno l’intenzione di comunicare in quale ristorante ci si trova sono scattate dal 21% degli italiani.

selfie ristoranteI social sono un canale importante per i ristoratori perché è attraverso questo strumento che spesso si prenota al ristorante, l’abitudine di riservare un tavolo tramite App è infatti in crescita del 7%rispetto all’anno scorso. E sono anche lo strumento utilizzato dal 60% delle persone per scovare nuovi posti in cui andare, e su cui leggere recensioni per aiutarsi nella scelta del locale da sperimentare.

Uscire a cena è un piacere molto amato lungo tutto la penisola, sempre secondo la ricerca Doxa gli italiani escono a cena in media 5 volte al mese, otto italiani su 10 mangia al ristorante almeno una vola al mese. Chi ha un ristorante deve tenere in considerazione anche che sono i più giovani, le persone tra i 18 e i 34 anni quelli che escono a cena con più frequenza, superano infatti le sei volte al mese.

poke salmone

POKE, UN’INSALATA HAWAIANA DA PROVARE

poke salmoneUn grande protagonista delle conversazioni tra i più golosi e attenti alle novità in ambito culinario in questo periodo è indiscutibilmente il poke.

Un’insalata mista hawaiana composta da riso, pesce crudo tagliato a cubetti, verdure o frutta, elementi crunchy e un condimento e servita in una grande bowl.

Si pronuncia po-kay e indica proprio l’abitudine hawaiana di tagliare il pesce a cubetti.

Una preparazione arrivata durante l’estate in Italia dove ha riscosso in poco tempo un grandissimo successo. La sua diffusione nel mondo è iniziata un paio di anni fa partendo dalla West Coast americana per arrivare poi a Londa e Parigi e adesso da noi.

poke ingredientiI punti di forza sono numerosi: si tratta di un piatto healty è ricco di gusto grazie alle marinature e ai condimenti utilizzati, è fresco, quindi perfetto per la stagione calda, e più economico del sushi. Inoltre contiene un numero ridotto di calorie, caratteristica che permette di gustarlo anche tutti i giorni senza sensi di colpa.

La tradizione vuole che il poke venga preparato con il tonno, ma oggi è abitudine anche servirlo con polpo, salmone e molluschi. Le combinazioni di ingredienti possono essere così varie che si è diffuso nei ristoranti e nei bar specializzati in questo piatto, il cosiddetto build-your-own-bowl, ovvero la possibilità per il cliente di creare il proprio poke salad scegliendo i propri ingredienti preferiti.

poke tonnoFacendo un viaggio nelle paradisiache Hawaii si può assaggiare facilmente la versione originale, infatti si trova ovunque, nei bar, ristoranti e anche nelle stazioni di servizio. Solitamente è preparato con tonno marinato olio di sesamo e riso bollito, ai quali si aggiungono altri ingredienti  come la cipolla dolce del Maui, l’avocado, i peperoni, e le noci di Macadamia. Non è raro trovare anche alghe e uova di pesce.

Un’insalata mista salutare e buona da poter replicare piuttosto facilmente anche a casa.

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NON CHIAMATELO LATTE DI SOIA!

shutterstock_92825878Il latte di soia non è “latte” a dirlo è la corte di giustizia europea che ha ribadito il divieto di commercializzare prodotti vegetali con denominazioni che richiamino il latte o i suoi derivati. Si tratta di un orientamento europeo che risale al 2007 e che salvaguardava però le denominazioni come latte di mandorla, latte di cocco o burro di cacao.

La decisione è mossa dall’impegno a tutelare il consumatore e proteggerlo dalla confusione che l’utilizzo della parola latte per bevande a base vegetale potrebbe generare.

Quello che oggi chiamiamo “latte di soia” è una bevanda dalle origini molto antiche, i primi a prepararla sono stati con ogni probabilità i cinesi. Per ottenerla si macinano i semi di soia in acqua e la bevanda che ne deriva ha proprietà nutrizionali e organolettiche completamente diverse dal latte di mucca o in generale da latte di origine animale.

shutterstock_440826772Una norma che si è vista necessaria in seguito all’importante aumento delle vendite in Italia, ma in realtà in tutto il mondo. Negli Stati Uniti, ad esempio, si registra un aumento nell’acquisto di bevande di questo tipo del 76% in soli cinque anni. In Italia invece, secondo una ricerca Nielsen, sono 8,5 milioni le famiglie che hanno acquistato almeno una confezione di latte vegetale. Un mercato che in Italia ha raggiunto un valore al consumo 198 milioni di auro con un incremento, nell’ultimo anno, del 7,4”%.

Questo cambio di nomenclatura riguarda anche tutti i derivati, quindi yogurt, burro, formaggi e panna. Chi per ragioni di intolleranza, curiosità o gusto personale, vuole eliminare o ridurre l’utilizzo di latte di mucca dalla propria dieta quotidiana può sostituirlo con la bevanda alla soia che fino a poco tempo fa si chiamava latte e utilizzarlo anche per le preparazione più classiche come ad esempio la besciamella, o il purée.

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PESTO IN AEREO, QUEST’ESTATE FINO A MEZZO CHILO NEL BAGAGLIO A MANO

shutterstock_190686866Dal 1° giugno di quest’anno è possibile trasportare il pesto in aereo nel bagaglio a mano. L’aeroporto di Genova infatti, insieme ad Ascom ha organizzato un’iniziativa volta alla promozione del territorio che ha permesso di ottenere da parte dell’Enac, l’ente nazionale dell’aviazione civile, la possibilità di imbarcare la squisita salsa a base di basilico e pecorino, anche in confezioni che superino i 100 ml, fino a un massimo di 500 ml.

Come i viaggiatori sanno, ragioni di sicurezza diventate norma in seguito alla tragedia dell’11 settembre, vietano di portare nel bagaglio a mano confezioni con liquidi superiori a 100 ml. Un regola che prevede qualche eccezione, come il latte per mamme con bimbi che necessitino di essere allattati o particolari medicine. Il pesto naturalmente non rientra in nessuna di questi casi speciali.

shutterstock_399366817Se si sceglie di portare a casa un vasetto di pesto come ricordo della vacanza nelle terre liguri, è necessario denunciarne il possesso, acquistare al costo di 50 centesimi un bollino con la scritta “Il pesto è buono” che verrà apposto sulla confezione e che si può trovare facilmente nei negozi convenzionati o alla biglietteria dell’aeroporto. Verranno poi effettuati dal personale dei controlli speciali sul vasetto in questione e la salsa sarà riconsegnata al legittimo proprietario in tempo per la partenza. Il costo del bollino verrà devoluto alla fondazione Flying Angels che si occupa di trasportare in ogni parte del mondo bambini bisognosi di cure verso gli ospedali.

La novità riguarda sia il pesto “casalingo” sia quello industriale o acquistato in negozi e botteghe della zona, prima di questa iniziativa venivano sequestrati ogni anno circa 500 barattoli di pesto ora invece potranno essere imbarcati e diventare “ambasciatori” di Genova in tutto il mondo.

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LATTE E FORMAGGI, OBBLIGATORIO INDICARE L’ORIGINE IN ETICHETTA. IN ARRIVO L’OBBLIGO ANCHE PER IL RISO

shutterstock_559114297Parte oggi, mercoledì 19 aprile 2017, l’obbligo di segnalare sull’etichetta di tutti i prodotti caseari la provenienza della materia prima utilizzata. In questo modo il consumatore potrà scegliere con semplicità quali prodotti acquistare. Da oggi si può sapere con precisione, dunque, da dove proviene il latte, dove è stato munto, condizionato o trasformato. Nel caso in cui fosse stato lavorato nello stesso paese, invece, appare una dicitura unica, segnalando il paese in questione. È un provvedimento che interessa il latte vaccino, ovicaprino, bufalino e di altra origine animale.

Un novità che Coldiretti definisce “momento storico”, anche perché, avvisa l’associazione, “tre buste di latte a lunga conservazione su 4 contengono prodotto straniero, ma fino ad ora era impossibile riconoscerle”. Un passo importante verso la trasparenza nei confronti del consumatore difendendolo dal falso made in Italy e che esalta il lavoro di molti allevatori italiani.

shutterstock_147192056Si va verso l’indicazione di provenienza anche per un altro prodotto che fa parte in modo importante dell’economia italiana, il riso. Il 49% della produzione europea di questo cereale proviene infatti dall’Italia e a breve sarà possibile per il consumatore sceglierlo anche in base alla sua origine. Coldiretti denuncia che anche in questo caso molto riso in vendita in Italia proviene da lontano, ma non ne esiste traccia sulle confezioni, rendendo impossibile un acquisto consapevole. L’indicazione di provenienza tutelerà un prodotto made in Italy che secondo il presidente di Coldiretti Roberto Moncalvo è un “primato per qualità, tipicità e sostenibilità da difendere”. Ad annunciare il decreto per la sperimentazione dell’obbligo di indicazione di origine in etichetta per il riso made in Italy, è stato il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina, in seguito a un sit-in organizzato il 14 aprile dalla Coldiretti. Una novità che il ministro ha intenzione di proporre anche al parlamento europeo.

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RAPPORTO COOP2016, ECCO COME SONO GLI ITALIANI A TAVOLA

È stata presentata l’anteprima digitale del “Rapporto Coop 2016”  una ricerca annuale che descrive le abitudini degli italiani. Un documento redatto dall’Ufficio Studi di Ancc-Coop (Associazione Nazionale Cooperative di Consumatori) con la collaborazione scientifica di Ref. Ricerche, il supporto d’analisi di Nielsen e i contributi originali di Iri Information Resources, GFK, Demos, Nomisma e Ufficio Studi Mediobanca.

Per quanto riguarda le abitudini degli italiani in fatto di alimentazione risulta che sono sempre più attenti alla propria alimentazione, mangiano meno, ma più vario. Si riscontra un aumento di consumo di frutta e verdura e gusti che diventano sempre più global. Si registra infatti un +8% di vendite di prodotti etnici nel primo semestre del 2016.

04-08-superfood-b-1Prendersi cura del proprio corpo attraverso l’alimentazione, sembra essere diventato un obiettivo primario per molti italiani, vengono sempre più spesso acquistati i prodotti che potremmo chiamare ‘superfood’ ad esempio lo zenzero, per il quale si registra un +141%, la quinoa e anche la curcuma che supera invece il 93%. Parole che risultano essere anche molto cercate in rete a dimostrazione del crescente interesse degli italiani verso questo genere di cibi. Crescono inoltre, le vendite dei prodotti integrali e quelle senza glutine, così come gli alimenti a base di soia e delattosati. Sulla scia della ricerca della salute nel piatto, il Bio si conferma uno dei trend più consolidati e resistenti degli ultimi anni. Le vendite di prodotti biologici hanno quasi raggiunto i 3 miliardi di euro. Nei primi sei mesi del 2016 l’incremento a valore delle vendite ha superato il 20%, superando il 2015 (quando si era registrato un +19%) ed alla media del quinquennio 2010-2014 (+11%).

08-gli-italiani-mangiano-fuori-casaI criteri di scelta che spingono gli italiani verso un prodotto sembrano essere un po’ cambiati. Non più solo la marca, la pubblicità o il prezzo, in base ai risultati delle analisi dei primi sei mesi del 2016, sembra che acquistino importanza le recensioni che si possono reperire in rete e fatte da ‘guru’ di riferimento. Si tratta dei cosiddetti influencer, possono essere chef, medici od opinionisti che si sono guadagnati una propria reputazione grazie a numerosi ‘like’ e visualizzazioni delle loro pagine internet.

04-04-cibo-spreco-1Continuando a leggere il Rapporto Coop 2016 si scopre che, in seguito ad un miglioramento della situazione economica famigliare, gli italiani hanno ricominciato a consumare i propri pasti fuori casa. In molti hanno ripreso a fare una golosa e rilassante colazione al bar, sono 12 milioni le persone che pranzano quotidianamente fuori casa e aumentano anche le persone che vanno a cena al ristorante con più frequenza.

Si nota inoltre che aumenta l’attenzione degli italiani nell’evitare lo spreco alimentare. Quasi l’80% ritiene che insegnare ai propri figli che non si deve sprecare il cibo sia di fondamentale importanza e dichiarano di farlo spesso e di guidarli verso una scelta più ponderata della quantità e qualità dei prodotti da acquistare.

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LA PIZZA ALL’ACQUA DI MARE, SAPORITA E SENZA SALE

guglielmo vuolo_ dal sito aisnapoli.it

www.aisnapoli.it

Sapore di sale, sapore di mare. L’ultima novità nel mondo della pizza non poteva che arrivare da Napoli, grazie all’intuizione e alla ricerca innovativa del maestro pizzaiuolo Guglielmo Vuolo (in foto a sinistra) che recentemente ha presentato la pizza all’acqua di mare. Cinquemila le pizze sfornate in fase di sperimentazione per mettere a punto il nuovo impasto in cui alla farina e al lievito di birra si unisce l’acqua di mare opportunamente trattata, che consente di eliminare completamente il sale e il cloruro di sodio, tra i responsabili dell’ipertensione arteriosa.

Il risultato? Un impasto soffice e leggero, per una pizza più digeribile che oltre ad essere gustosa fa anche bene. L’innovazione nella lista degli ingredienti modifica anche la tecnica di lavorazione: l’assenza di sale aumenta infatti il tempo di lievitazione a temperatura ambiente, portandole dalle tradizionali sei-otto ad oltre venti.

Nuovo impasto, nuova tecnica, nuova pizza

Per esaltare le caratteristiche del nuovo impasto a base di acqua di mare, Guglielmo Vuolo ha ideato anche una nuova pizza: la Portulaca, dal nome di un’insalata tipica della Campania ma poco usata, che qui viene bagnata con l’acqua di mare e diventa la protagonista di un originale condimento dal sapore tutto mediterraneo: olive anchovy pizzapomodoro San Marzano essiccato al sole, alici di Cetara e olive nere.

Acqua di mare, sì, ma non una qualunque!  

I più scettici possono stare tranquilli:  quella usata nell’impasto è un’acqua microbiologicamente pura, ottenuta con una tecnica realizzata dalla società pugliese Steralmar di Bisceglie risultato di una sperimentazione in collaborazione con il Consiglio Nazionale delle Ricerche.

La pizza. Sempre uguale, sempre diversa

L’impasto con l’acqua di mare – che pare abbia già un precedente a Reggio Emilia, con il pizzaiolo Giovanni Mandara – non è la prima rivoluzione nel mondo dell’arte bianca.  Accanto alla pizza tradizionale napoletana e alle varianti di condimento, negli ultimi anni, profumate e fumanti hanno fatto la loro comparsa sulla tavola anche la pizza per vegetariani e per vegani, la pizza biologica, la pizza gourmet con i suoi spicchi di sapori diversi e quella fritta al carbone vegetale. Insomma, se la regina pizza invita ogni giorno a tavola la fantasia, la tradizione e la ricerca, a noi non resta che unirci a loro e gustare ogni portata, lasciandoci conquistare dai profumi, dai sapori e colori  che, anche senza tuffi in acqua di mare, sono un’immersione in un mondo buonissimo.